Laura Marling.

Quando penso a cantanti (donne) di successo più giovani di me scatta sempre una certa invidia mista ad ammirazione, ma credo che più passeranno gli anni, più dovrò farci l’abitudine.

Laura Beatrice Marling, classe 1990, è una cantautrice inglese di Eversley. Probabilmente è nata con la chitarra in mano, come tutti i suoi coetanei britannici e grazie al padre, proprietario di uno studio di registrazione, si avvicina già dalla tenera età alla musica folk. Ragazzina precoce, prima ancora di far uscire il suo album di debutto, collabora con Mystery Jets, partecipa all’Underage Festival, spezza il cuore a Charlie Fink di Noah and the Whale.

Alas, I Cannot Swim esce a febbraio del 2008, e viene nominato al Mercury Prize dello stesso anno. Purtroppo non si aggiudica il premio, per la sua felicità. “Avessero dovuto annunciare il mio nome, non avrei trovato un modo per andare lì e fare il mio discorso; sicuramente le gambe non avrebbero retto”. C’è Laura, c’è la sua chitarra, pochi strumenti a far d’accompagnamento, ma soprattutto l’onnipresente voce di Marcus Mumford (dice niente il cognome?), che volendo fare un po’ di gossip, sarà il suo fidanzato fino agli ultimi mesi del 2010. Nel disco notiamo influenze beirutiane (trombe e suoni dei balcani), però tutto si svolge per la maggior parte su di una linea malinconica, lievemente americana, ed i testi attingono dalla letteratura inglese.

Superficialmente, la biondissima (quasi sempre) ragazza dalla pelle color latte ed i lineamenti appena accennati, potrebbe sembrare a malapena capace di sussurrare, invece sfodera un bel vocione, ma per niente aggressivo, anzi, sa essere dolce e melodica, toccante e soprattutto matura. Questa maturità, fin troppo consapevole, si rispecchia nella sua immagine: quasi inespressiva, i suoi unici sorrisi sono appena accennati e quasi forzati, come se nella sua vita avesse visto troppo, anche quello che non doveva.

Ad inizio 2010 arriva I Speak Because I Can, secondo album in studio della Marling, nel quale sveste i panni della teenager ed indossa quelli di donna. La musica si fa più ricca ed affollata, l’atmosfera dei brani è più curata, ed ecco la conferma definitiva: nominata nuovamente al Mercury Prize, nell’anno successivo vince il suo primo Brit Award come Best Female Solo Artist. È l’anno delle emuli e via con le varie Kate Walsh, Rachel Sermanni, un cuore e una chitarra.

Laura  in veste di headliner deve ancora passare per l’Italia, chissà, sarà ancora spaventata dalla maleducazione del pubblico del Bronson (Ravenna) nel 2008, durante  il tour di supporto ad Adam Green? Probabilmente – e fa bene. Magari non ce la meritiamo ancora. Io, personalmente, devo ancora decidere se mi piaccia o meno, ma di sicuro è tutta invidia.