La Vita Segreta delle Parole.

“Perché penso che se andassimo insieme da qualche parte, ho paura che un giorno, forse non oggi, forse neanche domani, ma un giorno, all’improvviso… ho paura che comincerei a piangere, a piangere così forte che niente e nessuno potrebbe fermarmi… e le lacrime riempirebbero la stanza… io non riuscirei più a respirare e ti trascinerei giù insieme a me e affogheremmo insieme.”
“Imparerò a nuotare, Hanna. Te lo prometto, imparerò a nuotare”.


Isabel Coixet, regista spagnola autrice anche del drammaticissimo La Mia Vita Senza di Me, non è amatissima dal pubblico mondiale. Ero una sua fan fino a quando ha partorito quell’abominio di Lezioni d’Amore, rovinando il bellissimo e struggente L’Animale Morente di Roth. La trasposizione del romanzo corrisponde anche a un cambio di rotta narrativa per la Coixet, che ha smesso di usare Sarah Polley come diva e musa dei suoi drammoni che contorcono lo stomaco e fanno piangere sguaiatamente, oltre che passare da un modo di far cinema intimo e indipendente, ad uno più mainstream con risultati catastrofici. Peccato.

La Vita Segreta delle Parole lo vidi durante una rassegna cinematografica milanese post festival di Venezia, una di quelle in cui tenti di sciropparti dai quattro ai sei film al giorno perché hai fatto il tesserino all inclusive e non vuoi andarci in perdita (oggi lo faccio solo ai festival perché lì passano dei film che invece non avrò mai più la possibilità di vedere in sala per mancanza di distribuzione). Mi ricordo che quando uscii dal cinema ero stranita e tristissima, una sensazione che non mi dispiace rapportata alla visione di una pellicola perché vuol dire che, in un certo qual modo, mi ha colpito e sconvolto.

Hanna, la protagonista interpretata dalla Polley, è una figura femminile a cui è difficile rapportarsi nella vita di tutti i giorni, un po’ troppo borderline per creare immedesimazione, ma ha tanti aspetti estremizzati filmicamente che però possono essere compresi su larga scala: il bisogno di sicurezze (mangia sempre lo stesso cibo che conserva in quantità industriali), l’eliminazione totale di ciò che può ricordare qualcosa che fa ancora male (la casa è asettica, sembra una stanza d’ospedale. Hanna ha eliminato la sua personalità perché non vuole più averne una, rifuggendo anche la sua femminilità), il bisogno di protezione (che troverà nella figura maschile). Hanna ha bisogno di sentirsi amata davvero. Un po’ quello che perseguono tutti nella vita.

Ed ecco il lieto fine. Lei ce la fa (d’altronde, è pur sempre un film mi dispiace deludervi). Ho riletto questo stralcio di battute tratte dalla pellicola poche settimane fa sul D di Repubblica (le domande iniziali), in cui poi veniva chiesto se esiste una promessa d’amore più totale e profonda. Non lo so, a me l’effetto “Bacio Perugina” fa venire sempre un po’ di orticaria articolare, ma ammetto rileggendola che può essere un facile specchietto per allodole. Ho pensato che guardando il film forse lo fu anche per me ai tempi, che non mi accorsi del finale troppo buonista e facilone per una storia che prova anche ad inserire un po’ di critica sociale, per poi lasciarla fine a se stessa e per portare lo spettatore ad uno sgomento ancora più profondo. Mi sono fatta un trip riflessivo su come magari non capii una fava: non capii che mi stavano ingannando con le parole dolci pronunciate dal protagonista. Proprio quello che accade con uno che ti piace alla follia, ma di cui non sei mai riuscita e mai riuscirai a capirci una benemerita. Poi mi sono detta che anche se fosse, come nella vita, va bene così: il bello è anche quello a volte. Dal cinema ci sono uscita soddisfatta. Alla fine, nonostante tenti di mimetizzarsi, La Vita Segreta delle Parole è – appunto – una storia d’amore. E la storia d’amore è fatta anche di queste piccole stucchevolezze (e incomprensioni). Ora aspetto quello che saprà dire di meglio… e spero. Ah, se aspetto e spero…