La premessa, una confessione in prima persona

Prima di Shirley Jackson una riflessione: è così bello assistere al dominio prepotente dei libri sul web e sulla carta stampata, ma vi confesso di provare ansia da prestazione. Leggere la nuova uscita e commentarla prima di tutti, mostrare la copertina in una bella foto su Instagram, avere la cosa giusta da dire al momento giusto e cavalcare i trend e i temi importanti che si rincorrono giorno per giorno. Mi capita di aver bisogno di staccare da questa routine, che pure mi entusiasma, e liberare la mente per leggere qualcosa che sia per me e solo per me. E in questo i social network hanno un ruolo perché sanno andare oltre le dinamiche di odio, i frame e la rincorsa alle visualizzazioni.

Succede così per caso che parlando con le belle persone che si incontrano e con cui si condividono punti di vista, si scoprano realtà nuove, nomi prima sconosciuti e nuovi modi di intendere la letteratura che, altrimenti, sarebbero stati solo il risultato di una scelta casuale in libreria. Ecco perché prima di parlarvi di Shirley Jackson, rigorosamente in punta di piedi e con rispetto, mi permetto di ricordarvi che i social media sono anche questo: parlarsi e andare oltre il proprio orticello, anche parlando di nuove letture.

Bonus

Calza a pennello, a questo proposito, l’inizio di #Librinimarzolini, l’iniziativa di Tegamini, aka Francesca Crescentini, che per tutti e 31 i giorni di marzo invita a condividere libri su Instagram, ma non è un contest, è molto di più: parliamo insieme di libri, scopriamone di nuovi e conosciamoci un po’.

Ma veniamo a Shirley.

Shirley Jackson e il racconto del male

In tre anni tondi tondi ho letto 188 libri, tanti capolavori e molte delusioni, ma in nessuno avevo trovato quello che in fondo cercavo: un racconto reale e tangibile della malattia mentale e dei meccanismi dell’ossessione e del male. E sì, lo so che ho letto It, ma vale fino ad un certo punto in questo discorso perché lo considero anche un romanzo di formazione e non affronta i temi della malattia mentale.

All’improvviso è arrivata Shirley Jackson e il primo libro suggeritomi è stato Abbiamo sempre vissuto nel castello. Ed ecco finalmente quello che cercavo. L’ho letto senza l’affanno di dover dimostrare qualcosa, di doverne scrivere (paradossale, perché poi di scriverne m’è venuta comunque voglia), senza rincorrere la fine delle pagine. Eravamo io, Shirley, Merricat e Constance Blackwood, le due sorelle protagoniste di questo ultimo romanzo della Jackson.

E quindi questo è il racconto di come, nel 2018, ci si possa specchiare perfettamente in un libro del 1962.

Abbiamo sempre vissuto nel castello

Mary Katherine e Constance Blackwood sono le protagoniste, orfane di una famiglia falcidiata da un misterioso incidente del quale nessuno ha mai capito la dinamica, e vivono rinchiuse in una magione aristocratica e bellissima in un tempo e un luogo indefiniti. Barricate in casa per paura degli altri, del loro sospetto e delle verità che non svelano. Con loro uno zio sopravvissuto per caso all’avvelenamento e l’arrivo inaspettato di un lontano cugino, Charles, mal tollerato da Mary Katherine e catalizzatore di avvenimenti ancora più nefasti.

Abbiamo sempre vissuto nel castello è un romanzo sulla prigionia della propria mente, il racconto metaforico del pensiero disfunzionale che cresce e modifica la percezione della realtà. Ammesso che poi la realtà sia effettivamente unica e inconfutabile. Shirley Jackson è artista universalmente riconosciuta in questo: si avventura nei pensieri disturbati di Mary Katherine e lascia a lei la narrazione delle vicende in prima persona. La legittima, così, come narratrice, ma anche come personaggio e giovane donna, ed è con i suoi ritmi che nella lettura si alternano disagio, rabbia e senso di colpa.

Disagio perché Mary Katherine ha fantasie infantili e violente (childish, alarmingly sadistic le definisce Joyce Carol Oates in una potentissima recensione del libro), una ossessione per la sorella Constance e il rifiuto categorico dell’interazione col resto del mondo. Non è normale per il lettore, non è facile accettare la scelta di una solitudine forzata. Ecco il primo eco della malattia di Mary Katherine, metafora più grande della solitudine dell’ansioso, del depresso, del bipolare, del maniaco ossessivo che non hanno gli strumenti e sopravvivono come possono.

Detesto lavarmi, e i cani, e il rumore. Le mie passioni sono mia sorella Constance, Riccardo Cuor di Leone e l’Amanita phalloides, il fungo mortale.

La rabbia, poi, arriva inattesa, come il cugino Charles che irrompe nella quotidianità “felice” delle due sorelle. Il lettore sa che c’è una loro responsabilità nella vicenda che ha troncato le vite del resto della famiglia, ma ancora non sa quale, eppure punta il dito. Sarà stata per forza una delle due ad aver avvelenato la famiglia, bisogna solo decidere se è stata Mary Katherine selvaggia e ossessiva, o Constance sorda e cieca verso la realtà, concentrata come è sulla cucina, l’unico elemento che la fa sentire viva e normale.

E alla fine, inesorabile, il senso di colpa perché si giudica troppo in fretta, perché non si è capito subito e si finisce a comportarsi come il resto della cittadina che ospita casa Blackwood. Dopo gli insulti, gli sfottò e la paura del mostro oscuro che abita la casa, si ritrovano a portare tributi sulla soglia della porta dopo l’incendio che distrugge la struttura e che rinchiude le due sorelle in un pozzo di solitudine e magia ancora più nero.

Ci rendemmo conto che da fuori gli estranei vedevano solo – quando guardavano- un’enorme struttura diroccata coperta di rampicanti che non sembrava neanche una casa.

Abbiamo sempre vissuto nel castello sa raccontare l’agorafobia e l’oppressione della malattia mentale, un elemento che, nella sua mistificazione della realtà, arriva quasi a convincerci che tutto va bene nel mondo di Mary Katherine e Constance, che l’isolamento è davvero l’unica soluzione. E quando sei in pace con il loro equilibrio arriva il dubbio. C’è una reale felicità in questa prigionia volontaria?

Oh Constance, dissi, siamo così felici!

Per approfondire

La recensione di Joyce Carol Oates: 

The Witchcraft of Shirley Jackson

Femminismo e letteratura, altre autrici da leggere e scoprire

Margaret Atwood (Il racconto dell’ancella | Alias Grace)

Stéphanie Hochet

Willa Cather 

Chris Kraus

Elizabeth Jane Howard

Emily Dickinson

Roxane Gay

Hilary Mantel

Gabriella Greison

Ellen Ullman

Libere tutte 

Il diritto di contare 

Le regole della brava femminista

 

In copertina: John F.Francis, dettaglio della copertina italiana