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Giuseppe Tornatore, con il suo La Migliore Offerta, ha stravinto agli ultim David di Donatello. Tra tutti i premi, si è accaparrato i più ambiti tra i quali Miglior Film e Miglior Regia, che è una combo mica male. E dire che gareggiava coi giganti Bertolucci, Salvatores e Bellocchio e poi altri nomi importanti come Garrone, Vicari, Andò…

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Eppure ha vinto lui. Esprimendo con il linguaggio visivo dell’arte un concetto universale e perturbante: la potenza del falso. Si può falsare l’arte senza esprimere nemmeno una scintilla di genio e si può – forse – creare una storia d’amore universale, senza che un brivido di sentimento si insinui e trabocchi nel mondo del vero?

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La risposta a queste domande si nasconde nella galleria personale del direttore di una nota casa d’aste Geoffrey Rush. La risposta è congelata in una stanza satura di ritratti femminili, rapiti alla vista del mondo, come sotto sale o sotto formalina, intoccabili se non con lo sguardo.

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La risposta si cela dietro i muri decorati di stucchi di una villa colma di oggetti, un fantasma o forse una donna chissà, che teme come un quadro la luce e la vecchiaia.

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La risposta è nelle labbra fredde di un automa, che celebra il paradosso del mentitore, dicendo sempre e solo la verità.

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Tornatore celebra la bellezza, quella vera, di sangue e carne e quella riprodotta sulle tele, negli armadi, a testimonianza perenne che le copie rimangono, mentre gli originali sono condannati ad essere travolti dal mondo e morire. Basta non svelare l’inganno, e il falso diviene la più perfetta e durevole delle illusioni.

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Come se fosse vero. Essere o apparire: c’è poi molta differenza?