Leggere La figlia femmina non è una passeggiata. E non perché la scrittura si inceppi o la storia arranchi. Tutt’altro. In più si tratta di un volume di poche pagine, si direbbe agile. Ma quello che complica le cose è il contenuto. La storia è una di quelle che qualche volta capita di sentire alla tv, in quei programmi dove piace molto scavare a fondo nel torbido, nel dolore, nel crimine, fingendo di spiegarli quando invece si sta solo facendo chiacchiera in piazza. La figlia femmina è l’opera prima di Anna Giurickovic Dato che ha deciso di rompere il ghiaccio con la narrativa parlando dell’incesto del padre Giorgio sulla figlia Maria. Vera non lo fa in maniera banale. Anzi, decide il percorso più dissestato. Ci fa odiare odiare quasi tutti i protagonisti, persino quella che dovrebbe essere la vittima, quella che dovrebbe essere al centro della nostra pietà. Ne La figlia femmina stonano tutti, come in un’orchestra senza orecchi. Capita che nel rumore si possano trovare momenti di bellezza estrema.

la figlia femmina

Anna, quando è nato La figlia femmina? Qual è stata la sua gestazione?
L’idea di questo romanzo nasce circa sei anni fa. Maria ha avuto molti nomi e molte età, gli altri personaggi erano inesistenti e al loro posto ne esistevano di diversi. La figlia femmina, così come è oggi, nasce, invece, due anni fa. Andrea Carraro, scrittore e maestro, è stato il primo ad averlo letto e ad avermi dato fiducia.

Cosa ti ha spinto a scrivere una storia su una tematica così drammatica?
Fatti di cronaca, studi giuridici e psicologici, testimonianze di vittime di abusi: un fenomeno nascosto, ma molto diffuso di cui dovevo parlare. E volevo parlarne in modo che nessun lettore potesse uscirne indenne. Le statistiche parlano di percentuali altissime di abusi, ma bassissime di denunce. Ho provato ad affrontare un argomento che è tabù, cercando di allontanarmi dal binomio vittima e carnefice, e mostrando la tenerezza nel mostro e la violenza nella vittima. Allontanandomi dallo stereotipo, ho cercato di avvicinarmi quanto più alla realtà. Sono convinta che sia molto più utile la verosimiglianza che non la “mostrificazione”.

La storia di La figlia femmina si sviluppa annodandosi sempre di più in quello che è il punto di vista di Silvia, moglie innamorata prima e madre colpevole dopo. Silvia è una donna debole?
Silvia è una madre assente e una moglie affettivamente dipendente. Silvia è una donna che non sceglie, desidera che ogni cosa rimanga al suo posto e per questo non vede. Capisce che c’è qualcosa che non quadra, ma preferisce credere alle rassicurazioni di Giorgio, in cui ripone una fiducia piena, codarda e pigra. È una donna negligente e connivente, non ha mai chiesto perdono, né ha mai creduto che un perdono sarebbe potuto arrivare.

Maria arriva a essere un personaggio disturbante. Viene quasi da darle un ceffone di quelli che ormai non si usano più. Hai dipinto la vittima per eccellenza come una persona odiosa. Perché?
La sfida era proprio questa: dipingere un carnefice che facesse pena e una vittima che facesse rabbia. Invertire i ruoli, proprio come è la realtà. Capita spesso che gli abusanti siano stati a loro volta abusati. Il mostro si nasconde negli uomini più impensabili, anche i più docili, stimati, al di là di ogni estrazione sociale e culturale.

Queste tematiche sono sempre molto delicate e lasciano nei protagonisti solchi indelebili e Maria sembra essere compromessa per sempre. Tu come la hai immaginata a vent’anni, se lo hai fatto?
Maria, giovanissima, ha tutte le possibilità di elaborare il trauma. Potrà vivere degnamente, potrà sperare di essere felice, ma per farlo ha bisogno di aiuto. Non dimenticherà, l’abuso non verrà mai cancellato, ma il suo dolore, come ogni altro dolore, potrà essere compreso, canalizzato e valorizzato. Se lo vorrà e se verrà aiutata, Maria potrà essere un’adulta meravigliosa.

La storia si muove tra il flashback in Marocco e il presente a Roma. Come mai queste due città?
A Roma ho vissuto gli ultimi 17 anni della mia vita. Rabat è dove ha vissuto la mia migliore amica, una scelta romantica e nient’altro. Avevo bisogno di una doppia ambientazione per dividere il passato dal presente, l’accettazione dalla ribellione. L’espediente del sacrificio di Abramo, poi quello del sacrificio di una pecora a fine Ramadan, mi servivano per costruire un filo conduttore che portasse dal primo capitolo all’ultimo l’agnello sacrificale di questo romanzo: Maria.

Gli uomini non resistono mai ai vezzi di una donna nel fiore degli anni?
Gli uomini sono tanti e diversi. Io parlo di due uomini, ognuno con una propria psicologia. Giorgio ha una parafilia sessuale ed è attratto da una bambina. Antonio è attratto da un’adolescente. Ciò di cui gli si fa rimprovero non è che ne sia attratto, ma che sia preda dell’istinto più che della ragione. Che non si renda conto della situazione e che sia vittima, lui stesso, dei propri impulsi sessuali. Uomini così deboli ce ne sono molti, ma non sono tutti.

Pensi che le donne a volte siano colpevoli di “irretire”? Conta questo esercizio di potere nelle conseguenze a volte drammatiche che spesso arrivano alla cronaca, talvolta nera?
Non può essere considerata colpevole una donna perché sensuale. Affermazioni simili (“aveva la gonna troppo corta”, “ad andare in giro così, però, se l’è voluta”) dipingono un mondo di uomini incapaci di trattenere impulsi animali e di donne irresponsabili, perché non pudiche. Invece non è così, le donne siano sensuali quanto vogliono, sono quegli uomini ad essere criminali.

Una cosa bella.
Essere donna con un vigore e una dignità che non avevo mai sperimentato prima.