1, 2, 3, V&A.
Il Victoria & Albert Museum è luogo arcinoto, ma i miei cinque lettori sanno che scelgo i miei posti belli in base non tanto alla novità, quanto alla inglesità.
‘Inglese’ come sinomino di ‘democratico’, nonostante la monarchia e gli aristocratici fulgori, significa consapevolezza profonda dell’eguaglianza e dei diritti individuali, ed è quello stesso spirito che ispirò la Magna Charta. Così, in campo artistico, è il credere che non esistano Arti Maggiori e Minori, età dell’oro ed oscuri periodi di totale decadenza.

Il V&A è tempio delle arti tutte, senza distinzioni, anche quelle cosiddette minori o decorative o applicate; tutti aggettivi che nascondono un’ombra di disprezzo, uno sguardo dall’alto in basso del podio dell’art pour l’art. Qui trova posto ogni espressione della creatività umana, dall’artigianato al design, dalla ceramica alla moda, dall’arredamento al gioiello, ed è molto britannico questo miscuglio di officina medievale e avamposto di democratiche industrie. Un museo di incredibile apertura spaziotemporale, che non solo supera le barriere di tecnica, epoca e stile, ma anche scardina la superbia eurocentrica, accogliendo manufatti da ogni angolo del mondo.

Credevamo di averli inventati noi il politically correct, la globalizzazione, la creatività diffusa. E invece la cara vecchia Vittoria con il suo consorte Alberto ci avevano già pensato quasi duecento anni fa.
Ah, avevo dimenticato di dirvi: come tutti i musei statali, il V&A è britannicamente e democraticamente gratuito. Buona visita.