Cartoni animati psichedelici

Non sono una fan dei cartoni animati da adulti. Da bambina guardavo i cartoni animati di Walt Disney ma anche quelli giapponesi che passavano a “La posta di Sonia”, e guardate cosa sono diventata. Guardavo Lupin terzo e Heidi e nessuno dei due mi piaceva, l’uno perchè istigava al furto e al sesso occasionale con donne procaci (ciò non mi impediva di avere un debole per quello con la spada e i capelli lunghi, cosa che mi avrebbe segnato a vita nella scelta dei miei partner futuri), l’altro perchè istigava lo stesso a fare qualcosa di deplorevole: fuggire dal mondo civilizzato, indossare scarpe di legno e mettersi a parlare agli animali. Sono sicura che anche Claudia Koll e Paolo Brosio guardavano Heidi e ora le montagne gli fanno ciao.

I film di Walt Disney sono la metafora perversa di un nazista frustrato, quelli di Hayao Miyazaki sono concepiti per essere venduti con la scritta “now with more LSD!”. Mi hanno messo seduta su un divano, mi hanno detto che avremmo guardato un film fatto da un genio e così mi hanno incastrato.

La città incantata non si può definire un cartone animato. E’ qualcosa di più, è un sogno, una costruzione alchemica che si regge su profonde fondamenta che attingono all’inconscio collettivo del Giappone, un film di cui, sono convinta, un’occidentale mai potrà cogliere ogni sfumatura ma solo lasciarsi affascinare da ciò che è più lontano e sconosciuto.

Una categoria su tutte ci differenza dall’Oriente: quella della trasformazione. Se per noi cambiare forma indica la perdita del sè, la follia, lo sdoppiamento dell’io, la separazione dell’anima dal corpo, inquietante anticipazione della morte, nei film di Miyazaki la trasformazione è costante, segno positivo che non siamo mai uguali a noi stessi, che siamo fatti della stessa materia della terra, d’acqua e pietre e che la morte è solo un passaggio obbligato, una tappa, su un più vario e infinito cammino.

E non c’è Il Male, ma solo una sofferenza che attende d’essere curata, accolta, perdonata. Sebbene si venga catapultati in un mondo inquietante e fuori dal comune, nonostante i riferimenti (innumerovoli) ai topos della cultura giapponese siano da noi impossibili da cogliere nella loro interezza, questo film è un viaggio spirituale.

Siamo noi quella bambina che si affaccia sola e impaurita in un mondo dove niente è ciò che appare, dovremo imparare a cogliere le essenze oltre le forme per trovare la più grande ricompensa, che in Oriente pure, come qui da noi, è la verità accecante dell’amore. (I Padri Greci hanno seminato anche dall’altra parte del mondo a quanto pare).

Tra draghi di carta, neonati giganti, spiriti dalla maschera di cera, uomini con otto braccia, rane e maiali parlanti, viaggi metaforici verso la maturità, si staglia come un diamante la tecnica di disegno del maestro Miyazaki, la cui cura nel dettagliare ogni espressione ti fa immaginare la piccola protagonista, come in Roger Rabbit, accendersi un bel sigaro tra un ciak e l’altro.

Da guardare prima di andare a dormire. Effetti collaterali: sogni filosofico-psichedelici.