In the City.

La mia prima immagine della City di Londra è quella del film Mary Poppins. Nell’archivio della mia mente in formazione, già istradata verso una inalterabile passione per la Gran Bretagna, il cuore finanziario della capitale inglese era rappresentato dai grandi palazzi ottocenteschi, le lucide colonne di granito, le scalinate imponenti, la cupola di St. Paul, gli orologi in ferro battuto dalle lancette come alabarde, i businessmen in bombetta, ed istituti come “la grande Banca Dawes di credito, risparmio e sicurtà”.

Poi, mentre l’economia delle montagne cartacee di cambiali, assegni e banconote si smaterializzava nella transazioni online, e la finanza diventava leggerezza di titoli invisibili giocati in borsa come su una scacchiera virtuale, ecco che l’oro pesante dei lingotti si nascondeva nei caveau sotterranei come grotte di gnomi, e al disopra nasceva la città di vetro, leggera, trasparente, solo in apparenza fragile, e forse solo in apparenza pulita e luminosa.


Era il sogno del presente sul futuro, un futuro di immaterialità e di totale libertà, dove le case e gli uffici sono di cristallo perché non vi è nulla da nascondere, anzi si è fieri di farsi vedere produttivi, vincenti, alla moda.
Poi è arrivato il suppostone di Foster, o gran cetriolo, come le ho soprannominato il principe Carlo. E piano piano ci siamo abituati a considerarlo parte dello skyline, tanto che se scomparisse ci mancherebbe.
L’ultima aggiunta è il grattacielo di Renzo Piano (The Shard – Il Coccio, sempre principe Carlo docet) che verrà inaugurato per le Olimpiadi, e sarà il più alto d’Europa. Il che un po’ spaventa. Ma forse, come tutto il resto, bisogna solo abituarsi?