Con l’accento sulla i.

Da quando vivo in Toscana ho sempre avuto un sacco di problemi con gli accenti. Per carità, non provate neanche a dire che qui li sbagliano. Mai sentita tutta la storia dello sciacquare i panni in Arno? Ecco, Manzoni ha preso l’ego dei Toscani e l’ha portato su su in cima e dunque qualsiasi cosa sia contenuta nel linguaggio comune regionale è automaticamente legge per l’italiano corrente.
Sapevatelo.
Provo dunque ad avvertirvi: può capitare che venuti in gita in macchina notiate l’indicazione “Cascina”. Se siete nei dintorni di Pisa si legge “Càscina” ed è una ridente cittadina di 44 mila abitanti, se invece siete in aperta campagna si leggerà “Cascìna” e probabilmente si farà riferimento a un vecchio casale. Se girellate per la provincia di Livorno i problemi potrebbero farsi seri. Perché potreste trovarvi vicino a “Cècina” e mangiare una “Cecìna”.

Cos’è la cecina (con l’accento sulla i)? Potrei chiamarla schiacciatina, pizzetta o simili e sbaglierei comunque. Ha ogni tipo di variante regionale e da qualche parte si chiama Farinata di Ceci. Non so, di sicuro si parte con la farina di ceci. Ecco la ricetta.

Ingredienti:
3 tazze di farina di ceci
9 tazze d’acqua
olio, sale e pepe

In una terrina mescoliamo la farina di ceci con l’acqua (il rapporto è una tazza di farina ogni tre tazze d’acqua) e un po’ di sale

Facciamo riposare per almeno due o tre ore (meglio ancora una notte intera). Togliamo la schiuma e l’eventuale eccesso di acqua (sarà di colore giallino) che si è creato in superficie. Giriamo bene con un mestolo, ungiamo con olio extravergine d’oliva una teglia antiaderente con i bordi alti e versiamo il composto. Ho detto ungiamo, è vero, ma non ho detto “con un filo d’olio” perché questo deve essere bello abbondante per fare una cecina come si deve.

Inforniamo a 200° per una ventina di minuti, o comunque fino a quando non si sia creata una crosticina dorata. Serviamo calda (o tiepida, o fredda, è buona lo stesso!) solo dopo aver spolverato con tanto pepe nero.