Sembra incredibile ma esiste un momento dell’anno in cui il freddo è bello. Certo, per alcuni non è così, perché tutto sommato lo sapete, no, per alcuni l’estate è tutto un lamentarsi del caldo e quanto è bello l’inverno e quanto son belli i maglioni. Ma in realtà c’è un momento in cui non esistono terrestri che odiano metterseli. Quel momento inizia attorno a metà settembre e (nel mio caso) finisce attorno a dicembre. Ma è ottobre il mese più bello, quello che ti illude che sia possibile stare con il cappotto aperto come si vede nelle sfilate, che basti un solo giro di sciarpa, che girare senza calze non sia solo ad appannaggio delle fashion blogger e in certe giornate il sole ti concede di rimanere in maniche di camicia e, con la luce più fredda ma ancora viva, sia fattibilissima una passeggiata dopo l’ufficio mangiando un gelato o attardarsi in piazzetta per un aperitivo rubato. Riprendere a correre sul far della sera pure (con la Cassettina di ottobre nelle orecchie, ad esempio).

E poi si può tornare a cucinare.

Si può tornare a preparare cose lunghe e che costano attenzione come un dolce o il ragù. Diventano belle certe sere perché puoi scegliere se uscire o no, se impigrirti sul divano con una nuova serie o un nuovo libro. Tutta questa bellezza dura, come dicevamo, una quarantina di giorni. È questo il tempo in cui l’inverno sembra essere una cosa piacevole, il coprirsi arriva a un punto in cui si sente davvero caldo e rimanere a casa è davvero frutto di una scelta e non l’ovvia conseguenza del ma dove vuoi andare con questa nebbia/questo freddo/questa neve. E siamo ancora un po’ abbronzati e la serotonina e tutta la vitamina D sintetizzata sotto il sole estivo ci illudono che questo equilibrio autunnale sarà lo stesso che avremo per tutto l’inverno. La Cassettina di ottobre cerca di riassumere tutto questo, che in realtà è difficile da riassumere, ma non così tanto.

Esiste una cosa, tra quelle che ho scritto più sopra, che la riassume: il tragitto verso casa, dopo l’ufficio.

C’è l’euforia di una giornata lavorativa che finisce, nonostante ottobre sia con due scarpe negli impegni e nelle scadenze dopo il ne riparliamo a settembre estivo. C’è ancora la luce, c’è quindi quella carica del trovarsi fuori, all’aperto, e magari ci viene la mezza idea di fare il giro più largo, sempre verso casa. Serve l’energia, la felicità che tutte queste cose, insieme, riescono a trasmettere. E poi che volete, se è vero, come è vero, che stare a casa is the new uscire, poi possiamo sempre attardarci a cucinare, con calma, uno dei tanti comfort food che ricominciamo a riscoprire ora, dopo mesi di capresi e insalatone. Evviva le cotture lunghe, il forno acceso, lo stereo che manda soffuso qualcosa di calmo, che ci fa vedere tutto come un catalogo Ikea, anche la cucina del bilocale ammobiliato che abbiamo preso in affitto.

È che ho capito che c’è bisogno di contenuti e di cose vere, in questo autunno come in nessun altro.

Che le finzioni non servono a niente. Farsi andare bene le cose nemmeno. Serve essere ciò che si vuole essere, perché anche questo significa essere adulti, ma mica perché si è capito che non si è capaci di cambiare. Perché non si è ancora avuto il coraggio di esserlo. Pulire il campo. Serve cucinare lo stracotto? Vedere un film del ’78? Serve svegliarsi incredibilmente presto il sabato mattina? Andare a letto tardissimo e chissenefrega? Ad ottobre tutto sembra possibile, anche che l’inverno si possa affrontare con il cappotto aperto.

Anche questa volta, come sempre, dieci pezzi per raccontare tutto questo in musica. Serve solo premere play e affrontarlo.


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Le altre Cassettine le trovate qui.

La copertina de La Cassettina di ottobre è di Cristina Cusani