Dunque, è il momento del televoto. Tasto rosso per chi pensava che nella Cassettina di dicembre avrebbe trovato il meglio del 2016; tasto giallo per quelli che con sicumera pensavano alle canzoncine natalizie o comunque qualcosa coi campanellini e le cornamuse di Anthony di Candy Candy.

E invece, niente cornamuse, niente best of, niente campanellini, ma: New York. Perché, direte voi. Perché fra qualche giorno ci vado, risponderò io. Ci sono modi meno invasivi per farmi i fatti miei qui dentro, per esempio mascherare le mie scelte e i miei ascolti dietro umori stagionali, mood mensili, impressioni del lento modificarsi del cielo o dei dischi che escono. Ma ogni tanto ci sono delle tappe che serve in qualche modo celebrare. Tipo quando si colorava di rosa la data del primo bacio nella Smemoranda. O qualcosa del genere. Ecco, non sono mai andata Oltreoceano. E in un momento in cui per potersi presentare in pubblico serve avere una certa serie di skill flaggate (anche parlare così fa parte di queste skill) quella del viaggio a New York è abbastanza obbligatoria. E diciamo che se ne porta dietro altre, tipo provare sulla propria pelle il jet-lag, mangiare un hotdog a Coney Island, fare una corsa a Central Park, parlare con fare compassato di quanto sia intricata ma allo stesso tempo efficiente la metro della Grande mela. Non chiamare New York la Grande mela.

Questo 2016 sta volgendo al termine e prima o poi ho deciso che metterò ordine a quell’armadio di scheletri per riuscire a parlarne un po’. Non per farvi appassionare ai fatti miei, ma semplicemente perché spesso, o almeno è una cosa che ho notato essere molto bella, quando qualcuno parla delle cose che gli succedono scavando un po’ più a fondo attorno si crea una specie di bozzolo fatto di persone che vivono quello che racconti tu e serve a sentirsi meno soli, a esorcizzare, a pensare che tutto sommato sì dai ce la facciamo, a capire che quel piccolo nodo alla gola non è che hai preso freddo, ma devi proprio fare qualcosa per sputarlo fuori, o quantomeno per scioglierlo. Ecco, per chiudere questo 2016 ho deciso di fare una cosa che non avevo mai fatto, come certi coach ti dicono di fare quando devi cambiare pelle: ho preso un volo per New York. Di sicuro i coach preferirebbero un eremo o qualcosa di meno caotico, ma io mica ci vado a fare le sedute di sei ore in silenzio bevendo solo decotti di tarassaco. Io mi sparo le luci di Natale in faccia con la speranza di non avere reazioni simpsoniane.

La Cassettina di dicembre è fatta di dieci pezzi (as usual) dedicati alla città che non dorme mai (queste sono tutte perifrasi che ho deciso di mutuare da Beppe Severgnini).

Alcune sono proprio delle dediche spassionate, alcune sono telefonatissime, altre semplicemente sono nate respirando quell’aria frizzantina (e che ne so io di com’è l’aria a New York? In effetti non lo so, ma dai racconti che fanno tutti pare sia così), o almeno credo, e quindi vengono fuori canzoni che hanno un pochino New York nel cuore e te la fanno immaginare frenetica e viva.

Mentre mi farò i miei mille chilometri a piedi, in metro o in taxi metterò in loop questa Cassettina di dicembre. Volevo rendervi partecipi. D’altronde lo sapete che la Cassettina è il nostro buen retiro di chiacchiere, non è che stavolta potevo esimermi. E anche questa Cassettina di dicembre, nonostante l’intento principale, va benissimo ascoltata ovunque.

Sì, forse per quella questione di presentarsi in pubblico sarebbe meglio vivere con un’espressione compassata questo viaggio, ma io che ci devo fare se non vedo l’ora? E poi è anche una questione di storytelling, s’intende.


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Le altre Cassettine le trovate tutte qui.

La copertina della Cassettina di dicembre è di Alessandra Tecla Gerevini.