Perdonami Kurt, se ho letto ancora il tuo diario mentre non c’eri.

Ci vuole un’attitudine perversa per decidere di leggere i diari di Kurt Cobain.
È la stessa che serve per spiare il vicino che ha dimenticato di tirare le tende, ascoltare con l’orecchio appoggiato ad una porta chiusa o sbirciare telefoni cellulari lasciati incustoditi.
Dopo, ti senti sporco e vorresti confessare tutti i tuoi peccati a qualcuno che ti infligga una punizione adeguata ed è solo per viltà che non lo fai.
Io ho letto i diari di Kurt Cobain. Voglio confessarvelo.
Ho letto i suoi diari, ho visto documentari, ho pianto di fronte a Last Days di Gus Van Sant, ho odiato Courtney Love perchè a qualcuno si deve pur dare la colpa di una cosa così brutta come un suicidio, ho amato Courtney Love perchè lui l’aveva amata tanto, ho creduto a teorie di cospirazione come fossero i suoi occhi tristi e chiari.
Ebbene sì, lo confesso: ho letto le sue parole disordinate con un retrogusto morboso, quasi come un voyeur.
Se non vi sentite troppo innocenti potete cominciare anche voi.
Kurt vi dà il lasciapassare già dalla prima pagina:

“Non leggere il mio diario quando non ci sono.
Ok, adesso vado a lavorare. Quando ti svegli stamattina leggi pure il mio diario. Fruga tra le mie cose e scopri come sono fatto.”

Avete più di venti quaderni sopravvissuti a innumerevoli traslochi per scoprire come Kurt è fatto.
Testi delle canzoni, poesie, disegni punk, ritagli di giornale e appunti vari e anche un mucchio di cose inutili contribuiscono a illuminare la sua bruciante umanità.
Una vulnerabilità scioccante, ingenua, crudele che ci rende ancora più odiosa la sua morte.
Tutta la mole dei ricordi e delle esperienze di Kurt è compressa in ogni frase, in ogni lettera, in ogni scarabocchio e fin da qui ne sentiamo il peso, così come lui ne sentiva l’insistente oppressione.
Tutto ciò che dice è al contempo personale e politico, confessione intima e slogan da manifesto come è soltanto per chi è troppo sensibile e non riesce a disinteressarsi di nulla.
Il mondo, la questione giovanile, il rock, la discriminazione delle donne e delle minoranze, l’incubo della droga sono tutti fatti terribilmente personali, da incidersi col taglierino sulla pelle, da fargli bruciare le viscere senza rimedio.
Il punto di vista personale e sociale si intersecano a tal punto che neppure più lui stesso seppe dire chi era, l’uomo o la star, umano e troppo umano, eroinomane da marciapiede per curare il mal di stomaco o Cristo Re sulla croce suo malgrado, martire senza avergli chiesto il permesso.
Il peso di essere il portavoce di un’intera generazione senza sentirsi all’altezza, gli fece decidere di imbracciare quel maledetto fucile, al posto dell’amato microfono.
Due strumenti diversi, lo stesso urlo.
Perdonami Kurt, se ho letto ancora il tuo diario mentre non c’eri.

“Mi piace il punk. Mi piacciono le ragazze con gli occhi strani. Mi piace la passione. Mi piace l’innocenza. Mi piace la classe operaia e le sono grato. Mi piacciono la natura e gli animali. Mi piace nuotare. Mi piace stare con gli amici. Amo dormire. Mi piace sentirmi razzista verso i razzisti. Mi piace sognare che un giorno riusciremo a ottenere una solidarietà generazionale tra tutti i giovani del mondo. Mi piace la sincerità, mi manca la sincerità. Mi piace la consolazione di sapere che le donne sono generalmente superiori e naturalmente meno violente degli uomini. Mi piace la consolazione di sapere che le donne sono l’unico futuro del rock and roll.
Non chiedete quello che potete fare voi alla vostra rockstar.”

(traduzione di Nina Cannizzaro e Giuseppe Strazzeri)