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La nostalgia è una brutta bestia. Di quelle che non si estinguono, tipo le zanzare. Sono cresciuta in una famiglia di nostalgici, la malinconia di un bucolico tempo inevitabilmente trascorso sempre a bussare alla porta di casa. E il passato per me è diventato una specie di magica ossessione, un luogo ameno dove rifugiarsi quando il presente non offre nessuna speranza.

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Con questo spirito, nel 1993, quando uscì Jurassic Park, la mia famiglia si ritrovò emozionata sulle poltrone di un cinema di periferia. Io avevo nove anni, mio fratello undici e i miei genitori qualcuno in più, anche se non lo davano troppo a vedere. L’idea ci era parsa geniale. Il passato, con tutto il suo carico di mistero e emozione, fatto rivivere attraverso i corpi dei dinosauri, qualcosa di maestoso e feroce che precedeva la nascita dell’uomo e che non era sopravvissuto per raccontarsi, se non grazie a piccoli frammenti, tracce, ipotesi.

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Spielberg aveva avuto un’idea geniale e non aveva tradito le nostre aspettative quel giorno al cinema. Restavamo incollati alle sedie, incantati dalla possibilità – che per un istante era parsa reale – che proprio grazie a quelle fastidiose succhiasangue delle zanzare i dinosauri sarebbero potuti tornare tra noi. Nel film c’era tutto, l’aspettativa, il mistero, la gioia della scoperta, l’istinto di sopravvivenza, la perfezione dell’evoluzione, la potenza della natura che è caso, la nostra precarietà di fronte alla millenaria storia del mondo. E poi l’amore e il terrore che vanno sempre a braccetto, la hybris dell’uomo che ancora non ha imparato che non si può giocare a fare Dio.

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Ora, i nostalgici si dividono in due categorie: i nostalgici puri e i possibilisti. Per i primi, la bellezza del passato sta proprio nel suo essere irriproducibile, e dunque di Jurassic Park ce ne è uno solo. Per i secondi – tra i quali compare anche la sottoscritta – tutto ciò che evoca il passato e lo riporta nell’attualità merita di essere valutato, e dunque eccoci di nuovo al cinema a guardare Jurassic World. Tutti e quattro, in un cinema di periferia, come allora. Io coi miei anni, mio fratello coi suoi due di più e i nostri genitori coi capelli bianchi due poltrone a fianco. La stessa istantanea scattata 20 anni dopo. Siamo ancora qui, per i dinosauri.

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Non me ne pento, perchè Jurassic World omaggia il passato, è una specie di tributo. E ad ogni scena si fa un salto back in the Nineties, ci sono i ragazzini curiosi e svogliati, l’eroe romantico “che non deve chiedere mai” amante della natura, la bella che trova per strada il coraggio, i cattivi che non considerano altre alternative che non siano la distruzione, i superbi (ma non imparano mai?) che vogliono giocare a fare Dio. E poi ci sono loro, i dinosauri, che esistono a loro insaputa, con tutti quei denti, quei becchi, quelle corna, con le loro pupille verticali da rettili. E sarà che sono cresciuta in una famiglia di nostalgici ma mi fanno tornare bambina. E molti di voi non lo capiranno, o forse sono io che non lo so spiegare, ma l’infanzia è un posto così bello e inaccessibile, che è importante poterci tornare.

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Pure se solo per due ore al cinema, guardando dei lucertoloni finti.