John Grant

Mi toglierò subito questo peso dal cuore: il nuovo album di John Grant, Grey Tickles, Black Pressure mi ha spiazzata. E non poco.
Ammetto che, al primo ascolto, sono rimasta piuttosto delusa. Ma come, John, possibile che tu abbia perso per strada l’ispirazione di Sigourney Weaver? – ecco che cos’ho pensato. Testi molto belli, ok, ma dov’è finito il tono compassato con cui davi sfoggio di delizioso sarcasmo, «I feel just like Winona Ryder / in that movie about vampires / and she couldn’t get that accent right / neither could that other guy»? Cioè, insomma, nomini I Wanna Go to Marz e chiunque, persino un sordo, sa che stai parlando di una canzone da standing ovation. Che cos’è questo creepy mess, ora?

John Grant - Grey Tickles, Black Pressure

Sembra passata un’era geologica da Queen of Denmark, uscito “appena” nel 2010. Pale Green Ghost, enigmatico e sfuggente, è solo del 2013. Ci si domanda quanta vita debba macinare il povero John Grant (beh, quantomeno: io me lo domando!) per far rapprendere il brodo della sua esistenza nel concentrato di doloroso scherno e disperazione esistenziale che sono i suoi lavori, fin dai tempi dei (misconosciutissimi) Czars.
Insomma, dovevo venirne a capo. Mi ci sono voluti almeno quattro o cinque ascolti per potermi immergere con il giusto spirito in Grey Tickles, Black Pressure, un susseguirsi nevrotico di incubi claustrofobici. Poco per volta, ho capito che, all’inizio di questo brumoso autunno, un disco del genere è un compagno fidato.

John Grant

Non si può certo dire che John Grant faccia mistero dei propri problemi. Nella title track, per esempio, la sua sieropositività, comprensibilissimo motivo d’angoscia, è un cardine attorno al quale non gira attorno con troppe perifrasi: «And there are children who have cancer / and so all bets are off / ‘cause I can’t compete with that». Ma non è solo questo: il sound sporco di Grey Tickles paga pegno a una crisi più radicata, a un senso di straniamento che Grant si trascina come una croce da tutta la vita. «I’ve felt uncomfortable since the day that I was born», cantava solo cinque anni fa.
E pur tuttavia, questa sbandierata crisi oggi è lucida, cosciente, consapevole. Metabolizzata. John Grant in Grey Tickles, Black Pressure ha accantonato quasi del tutto la propensione alla melodia e al cantautorato enfatico in favore di una complessità matura e, sì, un po’ spaccona.

John Grant

La catarsi che Grant ha incontrato è di certo scaturita anche dal suo recente trasferimento in Islanda – una terra di ghiaccio da cui, paradossalmente, emergono getti di acqua rovente. Non a caso, anche il nuovo album è un apparente paradosso, perché il John Grant sbandieratamente preda delle grey tickles, le paturnie tipiche della crisi di mezza età, ne riemerge come un uomo risolto, meno preda degli stati d’animo e con un minor bisogno di crogiolarsi nel dramma e nella malinconia. Si muove agile, deciso, sicuro di sé, in bilico tra estasi (la title track, Magma Arrives, Global Warming) e frenesie elettroniche (Guess How I Know, Black Blizzard, You and Him), sentendosi un ponte d’unione tra Beck e Dave Gahan. Con quel suo fascino un po’ bear, poi!
Se c’è una cosa che proprio non è cambiata, fin dai tempi dei Czars, è che l’omone John Grant incarna un paradigma di credibilità: egocentrico, sì, ma non c’è ombra di cialtroneria nel suo tormento, nei suoi dubbi e nei suoi incubi terreni – oh, così terreni. Del resto, date un’occhiata a live e interviste: ha attraversato tutto lo spettro di spettri personali. Glielo si legge chiaro in faccia.

A proposito di live: John Grant sarà in Italia per un’unica data, il 22 novembre al Fabrique di Milano.