Cara Joan Didion,

ti scrivo questa lettera perché con We tell ourselves stories in order to live tanti tuoi non lettori ti conosceranno come l’eroina di un documentario di Netflix e io, dato che mi hai cambiato la vita innumerevoli volte, sono preoccupata e angosciata dall’idea che tu, minuscola ma grande come sei, finirai per essere scambiata per qualcosa di grande ma non così grande come sei realmente.

Quando ti ho conosciuta, con Prendila Così, era l’ottobre del 2014 e dopo pochi capitoli già l’avevo capito di aver finalmente incontrato, dopo anni da lettrice, quella che era destinata a diventare la mia scrittrice preferita, la mia musa ispiratrice, la mia super eroina, la donna che ha lottato per inseguire i propri sogni, volando dalla California a New York e viceversa.

Mi sforzo di vivere nel presente e di tenere lo sguardo fisso sul colibrì. Non vedo nessuno di quelli che conoscevo un tempo, ma del resto me ne importa pochissimo di un sacco di persone. Voglio dire, forse avevo tutti gli assi nella manica, ma a che gioco giocavo? (Prendila Così – J.D.)

Ma è stato soprattutto con L’anno del pensiero magico che ho capito chi sei, che ho voluto cominciare a entrare nella tua testa per capirti di più, per indagare su quell’istante di cui parlavi, quello in cui tutto cambia e noi siamo lì, ogni volta, a cercare di reinventarci il presente con la paura per il passato e il futuro. Un po’ come in Blue Nights, le cui pagine così strazianti non sono poi così lontano dalle protagoniste dei primi romanzi, figure complicate che sognano di “restare ma anche di essere altrove” (Run River).

La vita cambia in fretta. La vita cambia in un istante. Una sera ti metti a tavola e la vita che conoscevi è finita. Il problema dell’autocommiserazione. (L’anno del pensiero magico – J. D.)

Joan Didion, io mi sono letteralmente innamorata delle tue pagine, dei tuoi pezzi per il New Yorker e il New York Review of Books dove in ogni paragrafo ritrovavo in te un qualcosa di simile a una bambina, una piccola anima in un mondo di grandi pronta a raccontare il meglio di sé e di quello che vive senza freni, senza vergogna. Leggere i tuoi articoli nelle raccolte Verso Betlemme e The White Album mi ha insegnato a conoscerti e a farmi ispirare, mi ha convinto che quella mia teoria di tenere un taccuino non è poi così banale, che prendere appunti su ogni evento in cui ci imbattiamo è un must, per imparare ad esprimerci, perché è importante “tenersi in contatto” nel momento in cui:

“dimentichiamo fin troppo in fretta cose che pensavamo non avremmo mai potuto dimenticare” (Sul tenere un taccuino; Verso Betlemme).

Joan Didion, io spero che We tell ourselves stories in order to live diventi un modo per tanti di trovare il tempo per immergersi nelle tue pagine. Perché hai avuto un amore grande, immenso, ma tu non sei stata solo la metà di John Gregory Dunne o la mamma di Quintana: sei un’osservatrice, un’intervistatrice, un animo pronto a scrutare ogni attimo di vita per portarselo dentro di sé e nella vita di chi ti stava e sta vicino. E scrivere è proprio questo, forse, mettere in ogni paragrafo qualcosa di sé, un rimasuglio del passato che non vuole essere dimenticato, una supposizione che vuole trasformarsi in parere, una storia e un romanzo che vuole esprimere al meglio ciò che si nasconde nel più profondo.

E insomma, Joan Didion, è che ogni volta che si legge una tua pagina, l’animo si arricchisce e comincia a rincorrere pensieri e sogni e questo, lasciatelo dire, è un dono che dà ai tuoi scritti un’unicità tutta speciale.

Wth love,

Nellie