Il fascino indiscreto della borghesia

Milano. Contemporaneo italiano, ma potrebbe essere il 1960. Luca Guadagnino cita Visconti. Palazzi fatti di angoli retti e rigore. Fuori la neve che rende indistinti gli umori, nessun cappotto rosso a far da contraltare al grigio saturo delle strade, del cielo e del cuore. Lungo pianosequenza con tube su una Milano-cella, Milano-matrigna, Milano ipocrita altera prostituta. Una prigione in un carcere la villa di famiglia grondante di arazzi, di claustrofobica opulenza, pregna di parole soffocate nella schiavitù della ricchezza . Borghesi peccatori disperati.

Intorno al tavolo si siedono i Recchi, il pasto nudo, attorno al patriarca, finti i sorrisi, vacuo il piacere del cibo, posate d’argento e disprezzo, s’arrampica l’erede sul declino del re. Luci basse sulla protervia del mondo. Tilda Swinton, madre di una prole gettata nel mondo come rapaci, governa la tavolata a colpi di sguardi, tamponando il costoso rossetto sul tovagliolo. Il passaggio di testimone al comando dell’azienda di famiglia piomba sull’esile collo del rampollo Edoardo come una ghigliottina.

Suonano alla porta. Odore di pane dietro il cancello intarsiato, tra le fibre degli arazzi. Un amico, di quegli amici fatti di latte cagliato e zucchero, col sangue rosso come quello dei vitelli appesi ai ganci dalla gente comune. In casa entra un cuoco, si alternano le stagioni, ritornano le api, compare un lembo di pelle indifesa, una goccia di sudore, un vestito dal colore acceso, un dubbio dov’era granitica certezza, un’esitazione nel fendente netto dell’ambizione, una confessione al posto di una composta segretezza, rumore dov’era il silenzio.

Oltre le schiere dei palazzi in determinata formazione militare stanno gli alberi, a ricordarci ciò che siamo stati, e le montagne con le loro radici di pietra e poi il mare, com’è profondo il mare, quasi come l’inconscio. In un pranzo al ristorante si sfoca l’immagine nell’indistinto godimento del corpo, non vedo più niente che il richiamo del sangue, l’urlo prepotente della vita che cambia il colore dell’aria in azzurro e scoppiano i violini, svelando il cuore nudo.

La città della morte e il prato della vita. Terra promessa agli audaci. Eros e Thanatos si rincorrono in disperata unione sensuale, scoppia una bomba che rompe gli equilibri, si sciolgono i fermagli dei capelli, chi ha perso il proprio nome lo ritrova. Cadono i vestiti di taglio sartoriale su fili d’erba colmi di cavallette, il cuoco e l’elegante padrona di casa, cade la compostezza del rampollo, Edoardo si scioglie in lacrime sul grembo della governante.

La morte segue la vita al gran ballo. Un valzer, abbracciate, giù nelle cucine, miste a sudore e cipolle. La madre ignora l’urlo del figlio. Gli serve la verità in piatti di fine porcellana.

La morte fa il suo dovere. La vita anche. Si aprano pure i cancelli dorati della libertà. Riecheggia nelle stanze ormai vuote, scappa via dalle finestre, rimbalza sulla pietra delle chiese, e nei cimiteri, in bocca ai corvi: “Io sono l’Amore”.