Chi sono gli introversi secondo Susan Cain, autrice di Quiet. Il potere degli introversi in un mondo che non sa smettere di parlare?

They prefer to devote their social energies to close friends, colleagues and family. They listen more than they talk, think before they speak, and often feel as if the express themselves better in writing than in conversation. They tend to dislike conflict. Many have a horror of small talk, but enjoy deep discussions.

Mi sono imbattuta in questo libro leggendo un bell’articolo di Annamaria Testa, nel contesto di una ricerca sull’efficacia o meno dei brainstorming (spoiler: non funzionano, smettete di farli). Ho così scoperto la Quiet revolution di Susan Cain, ovvero una presa di consapevolezza da parte degli introversi del loro valore e del loro potere.

Cain, newyorkese, laureata ad Harvard e avvocato di Wall Street, ha cominciato qualche anno fa a prendere sul serio la propria timidezza, la propria insonnia e gli attacchi di ansia prima di qualsiasi tipo di intervento pubblico, oltre a tanti altri atteggiamenti contro cui ha lottato sin da piccola. Ha fatto ricerche su ricerche, intervistando psicologi, scienziati, neurobiologi, sviluppatori asioamericani di San Francisco, studenti estroversi e introversi di Harvard, nerd di ogni tipo, magnati della finanza legati alla crisi del 2008, e ha tirato le sue conclusioni, scrivendo il libro di cui sopra (chi ne volesse un assaggio guardi questo bellissimo Ted Talk – lo ammetto, ho pianto).

Chiariamoci, quello di Quiet non è un mondo diviso in due fazioni, una contro l’altra: Cain crede fortemente nella necessità di integrazione tra le due attitudini (Aronne era la voce di Mosè, Martin Luther King era l’alter ego estroverso di Rosa Parks). E sostiene che non esistono persone totalmente introverse o totalmente estroverse: si tratta di insiemi di attitudini, di comportamenti, di reazioni agli stimoli e modi di sentire con cui nasciamo, e che in diversi modi poi sviluppiamo.

Naturalmente c’entrano i test della personalità di Myers-Brigg e i tipi psicologici di Jung, ma c’entra anche l’ideale di forza, volontà e aggressività che contraddistingue i nostri tempi. In tutte le culture antiche, il saggio è sempre stato colui che produceva idee, intuizioni, ispirazioni, soluzioni nella solitudine del suo ritirarsi sulla montagna, del suo appartarsi, del suo dialogare privatamente con il dio. Era colui che restava calmo nonostante tutto, perché aveva le risorse interiori per affrontare qualunque cosa, uscirne vincitore ed aiutare la comunità, talvolta salvarla.

In questo senso il mondo è profondamente cambiato a partire dal secolo scorso. Ora chi non si fa sentire, è perché non ha nulla da dire. Chi non si fa vedere, non esiste. Basti pensare a tutti quei colloqui di lavoro in cui dobbiamo dire che ci piace operare in team, ai brainstorming, agli open space, alla tv dei talk show, a chi riesce a farsi votare dagli elettori, o al problema del bullismo a scuola.

Non è un paese per introversi… non è un pianeta per introversi. Eppure più di un terzo della popolazione mondiale è classificabile come introversa. Certo, homo homini lupus, potremmo obiettare. Questa è l’evoluzione, da sempre; vince il più forte, è naturale. Il problema è che se gli introversi non avranno le giuste condizioni per lavorare, esprimersi, dare il loro apporto al mondo, vedranno il loro talento (generalmente notevole, dice la scienza) sprecato. E ci perderemo la prossima Rosa Parks, il prossimo Einstein, la prossima Eleanor Roosvelt.

Se Bill Gates da una parte e Steve Wozniak dall’altra non si fossero presi i loro momenti di solitudine, non avremmo un computer da cui leggere questo articolo. E se non daremo spazio agli introversi, ci perderemo i prossimi notturni di Chopin, i nuovi Gandhi, gli Harry Potter e gli ET che verranno, oltre alle prossime Maryl Streep. E non vogliamo perderci le prossime Maryl Streep.

Non solo: ci perderemo il nostro collega, che magari ha in mente la soluzione perfetta a quel problema di lavoro su cui ci arrovelliamo da mesi, e non riesce ad esprimerla solo perché gli è stato chiesto di farlo davanti a 60 persone, e non ci riesce, e piuttosto sta zitto. Ci perderemmo il meglio di un terzo dei nostri figli e delle persone che ci circondano.

If you are an introvert, find your flow using your gifts. You have the power of persistence, the tenancy to solve complex problems, and the clear-sightedness to avoid pitfalls that trip others up. You enjoy relative freedom from the temptations of superficial prizes like money and status.

Ok, ma allora quali sono le giuste condizioni perché gli introversi diano il meglio? Cain cita Shakespeare (To thine own self be true), suggerendo di essere veri nei confronti di se stessi. Cercare le proprie condizioni ideali, senza pensare che esse siano sbagliate solo perché diverse da quelle degli altri. Trovarle, accettarle e perseguirle.

Qualche esempio pratico suggerito dal libro: chi si sente sopraffatto dagli altri durante i brainstorming o in riunione e non riesce ad inserirsi per dire la propria, potrà trovare un momento per scrivere le proprie idee e mandarle via email al manager o al gruppo. Chi lavora in un open space, potrà prenotarsi ogni tanto una sala riunioni solo per sè, o isolarsi un’oretta davanti a un caffè per raccogliere le idee e concentrarsi (la solitudine aumenta la creatività, lo sapevate?). Chi non ne può più dei parenti dopo gli innumerevoli pranzi di Natale, è fondamentale che si faccia una passeggiata da solo per digerire, non solo il pranzo, probabilmente. Sì, perché uno dei tratti più comuni tra gli introversi è quello di ricaricare le energie quando trascorrono del tempo da soli, rifuggendo la confusione e l’eccesso di stimoli.

Insomma, noi introversi dobbiamo spingerci oltre la nostra comfort zone – spesso siamo costretti a farlo, non possiamo essere tutti il saggio della montagna, bisogna pur pagare l’affitto in qualche modo, e dobbiamo pur viverci in questo mondo di estroversi. Ma dobbiamo farlo partendo dalla conoscenza di noi stessi e avendo come priorità la salvaguardia di uno spazio e un tempo di decompressione. Spingerci oltre, ma con i nostri tempi e modi:

Spend your free time the way you like, not the way you think you’re supposed to. Stay home on New Year’s Eve if that is what makes you happy. Skip the committee meeting. Cross the street to avoid making aimless chitchat with random acquaintances. Read. Cook. Run. Write a story. Make a deal with yourself that you’ll attend a set number of social events in exchange for not feeling guilty when you beg off.

È fondamentale che ogni introverso sappia di cosa ha bisogno per dare il meglio di sè, e combatta per averlo. Perché che dia il meglio di sè o non lo dia, potrebbe cambiare tutto. Potrebbe cambiare il mondo.