Il design o saper leggere dello spirito del tempo

Ogni tanto capita ancora di incontrare dei designer che prima di mettersi a progettare si fanno delle domande: si chiedono se quello che hanno intenzione di fare è un’operazione di senso e non un puro esercizio di stile, se in ciò che produrranno c’è un vero valore, il racconto di una storia che vale la pena di diffondere. C’è qualcuno che oggi è determinato a fare design sapendo che l’atteggiamento dei grandi nomi blasonati è anacronistico e che il progetto contemporaneo è altrove. In questo scenario l’esperienza di Segno Italiano sta tracciando un percorso del tutto particolare, tra tradizione ed innovazione. Abbiamo fatto qualche domanda ad Alberto Nespoli, socio fondatore, per saperne di più.

COSEBELLE – Quando nasce Segno Italiano e come si definisce?

ALBERTO NESPOLI per SEGNO ITALIANO – Segno Italiano nasce in embrione 3 anni fa e viene lanciato sul mercato ad aprile 2011, durante il Salone del Mobile. I soci fondatori sono quattro: Domenico Rocca, Paolo Tarulli, Fabio Don ed io. Non ci definiamo però come singoli, ma come una rete di progettisti, designer e artigiani che hanno in comune l’obiettivo di rivalutare l’artigianato d’eccellenza in Italia.

CB – Che cosa fa Segno Italiano nel concreto? Quando si sente parlare di Segno Italiano ricorre spesso la parola ‘art direction’: cosa vuol dire per voi?

AN – L’operazione che facciamo è simile a quella che si sta facendo in questi anni in Italia con la tradizione legata al cibo. Ci piace parlare di presidi, di distretti. Pensiamo che tutto quello che è legato all’artigianato debba essere prodotto nel luogo dove viene progettato. Da qui nasce l’idea del sistema Segno Italiano: un sistema che si occupa principalmente di art direction di piccole aziende o artigiani che attualmente sono poco conosciute sul mercato nazionale ed internazionale  e che hanno avuto un passato glorioso e sono depositarie di una conoscenza del saper fare davvero unica. Siamo partiti dalla sedia storica di Chiavari, che attualmente rischia di sparire: solo due artigiani la producono ancora. Da noi nasce l’idea di ampliare la rete di mercato, valorizzare e produrre vecchi modelli fuori edizione, pensarne di nuovi. Nel 2011 abbiamo lanciato la prima collezione di dieci sedie al Salone del Mobile. Da allora abbiamo sviluppato un secondo prodotto che è la poltrona Tigullina, di fatto la ‘mamma’ della Superleggera di Giò Ponti, un oggetto realizzato da Colombo Sanguineti che di Giò Ponti è stato realmente il maestro. Ne abbiamo prodotte 30 in edizione limitata, l’abbiamo presentata a diverse esposizioni e al Salone del Mobile 2012. Attualmente la Tigullina è esposta a New York, dopo che Segno italiano ha preso parte ad ICFF, la fiera del mobile di N.Y. Al Salone 2012 è stato presentato anche il tavolo Rambaldi con le stesse linee della tradizione di Chiavari: una vecchia edizione curata però da Segno Italiano, il che significa nuove sezioni, dettagli, un piano non più in legno ma in ardesia dalla superficie grezza, mentre quella sottostante presenta una finitura lucida. Entrando nel dettaglio posso dire che il piano è realizzato a spacco, secondo una tecnica diffusa solo in quella zona geografica, così come il materiale impiegato proviene dalle località nei dintorni di Chiavari, come Lavagna. Per art direction in questo caso intendiamo che c’è stata co-progettazione con gli artigiani, in combinazione con una nuova scelta stilistica.

CB – Come funziona il vostro format?

AN – Oggi Segno Italiano è una srl che nasce e si autofinanzia, principalmente tramite vendite. Agiamo con precisione chirurgica: scegliamo l’artigiano con cui vorremmo collaborare e incominciamo a instaurare con lui un rapporto di fiducia. Ora è un’operazione più semplice da costruire, all’inizio è stato molto complesso. Lavorare con gli artigiani è difficile: sembra uno stereotipo, ma un artigiano d’eccellenza conosce il valore del proprio lavoro ed è tendenzialmente diffidente. Il tempo ed i risultati commerciali  sono le uniche leve per essere considerati partner attendibili. Di fatto noi non facciamo altro che proporre agli artigiani nuove opportunità di business: non chiediamo partecipazioni economiche.  Ognuno di noi è responsabile di un suo distretto e c’è una persona che si occupa del controllo qualità per ciascuna delle aree geografiche di produzione. Poi ciascuno di noi si prende cura di altri aspetti delle attività: ci sono le pubbliche relazioni, le vendite, la gestione finanziaria, il controllo qualità e produzione. Il format ha come fulcro un video-documentario che spiega cosa sta dietro a ogni prodotto e a al suo prezzo. Parliamo infatti sempre di prezzi abbastanza alti, anche se variabili in base all’articolo. Il passo che segue il video-documentario è lo shooting fotografico, poi vengono il catalogo, le fiere e gli eventi di presentazione per il lancio sul mercato. Alle fiere e agli eventi stiamo affiancando dei piccoli workshop in cui coinvolgiamo studenti e artigiani, altro progetto che stiamo sviluppando. Con l’avvento dei ramaioli tridentini si è aperto tutto il discorso legato al cibo: per il Salone del mobile 2012 abbiamo infatti creato un ristorante temporaneo in via Solferino dove abbiamo invitato 5 chef che hanno cucinato utilizzando le nostre pentole. La riposta decisamente positiva di media e pubblico ci ha portati a considerare di sviluppare un progetto dedicato solo alla convivialità. Nuove collaborazioni potrebbero presto concretizzarsi, mentre ci siamo già legati come partner a Italia Squisita, un magazine di cucina d’eccellenza che ci garantisce risonanza in un ambiente per molti aspetti affine a Segno Italiano.

CBLa selezione sembra essere un elemento chiave del sistema Segno Italiano. Come scegliete?

AN – Il processo di selezione è sicuramente legato ad una sensibilità estetica. Abbiamo tutti una formazione da architetti e designer, tutti e quattro abbiamo vissuto parecchio tempo all’estero mentre un nostro socio vive tutt’ora a Zurigo. La peculiarità di vedere l’Italia da una certa distanza e capire cosa all’estero viene considerato  il vero design italiano ci ha permesso di individuare alcuni esempi di eccellenza sul territorio. In realtà siamo convinti che in Italia ci sia molto di più, noi stessi possiamo fare molto di più. Attualmente nel panorama italiano manca un brand che racchiuda le maestranze italiane. Non vi è nemmeno un’esigenza da parte delle istituzioni di tutelare quello che consideriamo patrimonio della cultura italiana a tutti gli effetti. Ci hanno descritti come editori contemporanei e non designer, anche se siamo dei progettisti: progettiamo allestimenti, dettagli e finiture su selezioni di oggetti già esistenti. Secondo noi c’è talmente tanta qualità non valorizzata in Italia che è quasi uno spreco progettare elementi nuovi per il mercato. Sicuramente è fondamentale che nuove idee e nuovi oggetti continuino a nascere, noi siamo convinti però che dell’azione che compiamo: come una sorta di crociata, è una riscoperta di valori ignoti alla maggioranza  che rischiano di scomparire.

CB Binomio tradizione/ innovazione: dove si colloca Segno Italiano?

AN – L’azione d’acquisto in questo periodo storico (che noi non definiamo crisi ma stato di fatto)  sta cambiando e costituisce un’opportunità di riflessione: bisogna capire come si vuole spendere. Una frase significativa che Fabio Pisani dice nel video dei ramaioli tridentini è legata al rapporto di Segno Italiano con la tradizione e l’innovazione: solo attraverso la conoscenza del passato si possono acquisire gli strumenti per comprendere al meglio il presente e proiettare questa conoscenza nel futuro. Ogni giorno noi scopriamo oggetti su cui vorremmo lavorare, fa pensare il fatto che in Italia esistano più di sessantacinque distretti legati alla sola lavorazione della ceramica! Noi italiani ci stiamo dimenticando di un patrimonio esistente vastissimo.

CB – Obiettivi a breve termine? Prospettive future?

AN – Per il momento abbiamo selezionato tre scenari da sviluppare: la tavola imbandita, l’outdoor, ed infine l’atelier in una dimensione più privata, una sorta di camera dei segreti. Adesso stiamo lavorando ancora al primo scenario a cui mancano la coltelleria, i bicchieri, il corredo. Nel 2012  abbiamo soprattutto intenzione di approfondire la progettazione del sistema distributivo. Secondo noi questo è il vero aspetto che nella contemporaneità del design manca: in tanti progettano, ma in pochi pensano il sistema di distribuzione e vendita. Attualmente abbiamo un piano di marketing diversificato, stiamo testando diverse piattaforme di vendita: oggi è solo on-line su ordine, attraverso piattaforme già affermate come Monoqi e Fab. Stiamo anche testando altri canali per la rivendita, vogliamo partecipare a più fiere di qualità nel mondo, e tutto ciò implica dei costi notevoli. Parallelamente stiamo lavorando alla costruzione di un network legato agli spazi di settore, pensando a rivenditori specializzati noti per la qualità della loro selezione e che possano rappresentarci. Anche il sistema delle gallerie d’arte con le relative fiere è una via percorribile. Per il futuro aspiriamo a degli spazi commerciali di Segno Italiano in luoghi selezionati, un obiettivo ancora distante ma non così remoto.