Incubus.

Dite che sia il caso che ora mi metta a scrivere di gente che sa suonare davvero? Vi accontento, nonostante vi confesso che sia difficile descrivere una band ormai in giro da più di 15 anni. California, Calabasas (nei pressi di Los Angeles), quattro ragazzi si conoscono al liceo, si chiamano Brandon Boyd, Mike Einziger, José Pasillas II e Dirk Lance, occupano rispettivamente i ruoli di cantante, chitarrista, batterista e bassista. Nella prima metà degli anni novanta i funghi allucinogeni vanno un sacco tra i giovani e questa band appena nata decide di dedicar loro un album: Fungus Amongus. Capolavoro nel suo genere è un disco assolutamente privo di senso e geniale nel suo delirio, se siete fortunati ve ne portate a casa una copia con 5 euro (da Feltrinelli). Due anni dopo, una coscienza profondamente verde comincia a prendere piede negli animi di questi ventenni, i deliri si fanno più controllati, il passo dal fungo alla foglia è breve ed ecco un’altra pietra miliare del funky/ska/nu-metal: S.C.I.E.N.C.E., del 1997. Lentamente arriva il successo ed anche una bella ripulita, spariscono dreadlocks e stili troppo provocatori, sparisce DJ Lyfe e compare Chris Kilmore, presenza più tranquilla al turntable. Make Yourself, disco del 1999, dona agli Incubus fama mondiale, merito soprattutto del singolo “Drive”, brano più lento dell’album e più commerciale, e ovviamente anche del relativo videoclip, che impone il frontman Boyd come sex symbol. I suoni di Make Yourself sono più puliti, al tempo definiti post-grunge, come la musica dei colleghi, amici e quasi concittadini Hoobastank (ve li ricordate?), Staind e Puddle of Mudd.

Ormai gruppo di punta della scena californiana, dopo 2 anni sforna il quarto album, Morning View, concepito e registato a Malibu, soggetto dello stesso artwork. Accantonati definitivamente i toni cattivi e ribelli dei primi lavori, gli Incubus di Morning View sono gli Incubus della maturità, della creatività nel pieno della propria espressione. Morning View è un album vero, fresco e limpido come un mattino d’estate affacciato sul Pacifico, dove l’autunno in questo caso è rappresentato da A Crow Left Of The Murder di 2 anni dopo. Non è detto che l’autunno sia peggiore dell’estate, è solo una stagione di transizione, di riflessione, di sperimentazione. È difficile, quasi impossibile per un musicista o un gruppo riuscire a bissare creativamente ed in termini di successo un lavoro osannato da pubblico e critica, e quelli che ci sono riusciti al primo colpo con l’album successivo sono davvero pochi. A Crow Left Of The Murder è come il capitolo più cupo in un libro, potrà sembrare noioso, ma è indispensabile per cogliere gli episodi belli ed apprezzarli. “E ricorda, le ombre sono importanti quanto la luce“, diceva la Jane Eyre di Zeffirelli. Ed io dirò di più, c’è chi le preferisce.

Grazie al cielo si tratta di una band che non si piega alle influenze di una casa discografica pressante e quando ci sono quelli che li vorrebbero vedere tornare rincorsi da una folla di ragazze in preda all’ormone (volevo trovarvi il videoclip di Wish Your Were Here ma su youtube nemmeno l’ombra), la band risponde con Light Grenades nel 2006, interrompendo il ritmo di 2 anni in 2 anni con cui venivano pubblicati i dischi. Light Grenades è un album, dimentichiamo quelle cose composte da 4 singoli con altri 6-7 brani a fare da contorno. Un album è una storia, è una di quelle cose che solo chi è arrivato ad un certo punto si può permettere, ma che pochi capiscono, ed altri ignorano per comodità. Fortunatamente questo non impedisce alla band di intraprendere un tour sold-out dell’autunno del 2007 (non prima di qualche complicazione, nello specifico una sindrome del tunnel carpale al chitarrista ed un mezzo tornado all’Heineken Jammin Festival), toccando anche l’Italia in una data all’Alcatraz. La sottoscritta c’era, sì, ma due settimane dopo a Dublino, in vacanza e per caso (svolgimento: “sai chi suona stasera al National Stadium?”, al tempo non ero così informata come lo sono ora sulle date europee delle varie band) e con una mia lezione di fila all’italiana ai giovani irlandesi, ordinatissimi in fila per uno.

Tralasciando la parentesi Greatest Hits (ma vanno ancora di moda le raccolte?) del 2009, poche settimane fa If Not Now, When? vede la luce. È chiaramente il disco di cinque amici trentacinquenni, alcuni di loro sposati e con prole, che hanno provato e sperimentato musicalmente un po’ di tutto e che ora vogliono fare una sola cosa: suonare tranquilli, senza troppe seccature, sicuri dopotutto di poter contare su di uno zoccolo bello spesso di sostenitori e consapevoli di essersi creati il piccolo raggio chiamato Incubus nel ventaglio della musica rock di questi ultimi 20 anni.

Vogliatevi bene, 15 novembre, Mediolanum Forum, Milano.