Quando si assapora la magia della scena, ci si rende conto che andare a teatro concede allo spettatore il “lusso” di vivere dei piccoli viaggi, delle esperienze dirette dove anche da “semplice osservatore” si vivono un po’ sulla pelle le sensazioni e le emozioni evocate sul palco.

Queste emozioni, vengono alle volte decisamente “forzate” da una fruizione maggiormente attiva che viene richiesta allo spettatore ignaro. Infatti, capita con spettacoli di teatro e/o danza contemporanea di dover fare i conti con le “esigenze di copione” in cui sono gli stessi spettatori che vengono chiamati sul palco a eseguire azioni in concomitanza con gli attori. C’è spesso quest’idea, una sorta di necessità – soprattutto da parte delle giovani compagnie – di voler abbattere la cosiddetta quarta parete – quella dello spettatore – coinvolgendolo e “regalandogli” parte dello spettacolo come esperienza propria.

Common Emotion/ Yasmeen Godder/ OperaEstate 2016

Certo, alcune volte la cosa è curiosa e divertente. Ci sono spettacoli in cui lo spettatore è l’unico fruitore, protagonista e regista – dunque il lavoro si crea da sé intorno alle azioni del partecipante – e questi sono gli spettacoli di cui custodisco bellissime esperienze, curiose, importanti, uniche e difficili da descrivere. Altre volte l’essere in qualche modo “obbligati” a prendere parte al famoso “tutto” è snervante, irritante e per niente divertente. Mi dispiace, come spettatrice accanita, non praticante della scena (se non per brevi momenti) difendo la possibilità e la scelta del pubblico di essere al di là di quella parete, da una parte protetto, da una parte libero di manifestare il suo dissenso e assenso e libero dunque di dire “no, in scena non ci vengo” oppure di accettare. Se ci si trova seduti su quella poltroncina forse un motivo c’è: timidezza, inadeguatezza, voglia di osservare mantenendo un distacco dall’azione.

Questo però alle volte non succede.

Quest’estate mi sono imbattuta sull’ennesimo spettacolo performante/performativo tanto caro al “nuovo teatro”. Oltre all’invasività è durato parecchio: un ora e mezza di continui rimandi sul palco, di inviti degli attori verso il pubblico. Non lo boccio solo per l’intento, riuscito: come creare socialità; come una performance condivisa possa influenzare le relazioni con gli altri. Questa la cosa bella. L’iter era molto semplice, l’azione svolta con gli ospiti è nascosta da una composizione coloratissima di abiti, tessuti che dividono idealmente il palco in due aree. Quello che è dato vedere al pubblico che non partecipa, è quasi sempre la stessa scena riproposta dai danzatori, mentre quella zona che viene preclusa perché si è deciso di stare in platea, crea una sorta di attesa e curiosità che dopo pochi minuti scema proprio per la durata e la ripetizione delle azioni; alla fine anche chi non voleva essere “invitato” si è trovato – suo malgrado – sul palco.

contemporaneo-teatro-estate

L’idea è sicuramente interessante, non tanto per il coinvolgimento delle persone, quanto per quello che si voleva indagare e innescare: Partecipi? Saprai cosa succede. Non partecipi? Vedrai sempre le stesse azioni. Il progetto e coreografia è di Yasmeen Godder e lo spettacolo s’intitola Common emotion. Compagnia israeliana composta da 6 artisti, sotto la direzione artistica di Itzik Giuli. Consigliato per chi ha voglia di sperimentare “sporcandosi le mani”, per chi non ha “paura” della scena, per chi ama essere invitato e coinvolto.

Drammatica Elementare/Fratelli Dalla Via/OperaEstate 2016

Drammatica Elementare/Fratelli Dalla Via/OperaEstate 2016

Per chi invece vuole vivere la scena comodamente seduto senza “ansie da coinvolgimento”, lontani esperimenti sociali consiglio la visione di Drammatica Elementare dei Fratelli Dalla Via. Sapiente e geniale spettacolo dove in scena sono protagoniste proprio le parole, uno spettacolo che sperimenta la libertà e la possibilità lessicale utilizzando ingegnosi tautogrammi teatrali fatti di dialoghi e monologhi le cui parole iniziano tutte con la stessa lettera. Per esempio solo con i vocaboli in P: «partito parrocchiale possiede prolungatamente primato parlamentare. Poi, progressiva putrefazione politica provoca protesta pubblica piazza. Proposta proletaria prelude plumbeo periodo: pistole, pallottole, pestaggi, poliziotti, polvere pirica pressata,pirotecnici plichi postati per provocare pressioni. Papocchio prosegue. Pm palmi puliti promettono punizioni per politici prezzolati».

Forse la salvezza del mondo risiede in un originale modo di rinominare le cose? Invece di A come ape B come barca C come casa troveremo: A come Attacco all’America; G come Grande Guerra; M come Merenda Macrobiotica. Una sorta di favola che si racconta in quest’architettura di tautogrammi e acrostici giocando proprio con la materia prima: la parola. Le parole sono importanti, costruiscono un mondo, danno forma alle cose, allo spazio e la dimensione del tempo. Consigliato per chi ama giocare con le parole, immaginare possibilità di reinventare, ridere delle cose, ahimè, reali.

Da segnare in agenda andando a caccia di tautogrammi:15 Ottobre a Bergamo; 16 Novembre a Venezia; 25 Novembre a Occhiobello.

E voi cosa scegliete? Azioni performative per esperimenti sociali a sorpresa o indagini surreali (ma nemmeno troppo) sulla libertà della parola?

Buone visioni!