Con Alessandro Zuek Simonetti.

Vento gelido, sciarpone intorno al collo, beanie sempre in testa. Diciamocelo, l’inverno è senz’altro qui. Di fronte ad un clima quasi artico, abbiamo incontrato Alessandro Zuek Simonetti, italiano di nascita, newyorkese di adozione, che sicuramente renderà le nostre temperature più sopportabili.

CB Ciao Ale, sei di ritorno da Berlino, com’è andata? So che è stata inaugurata “Triumph of Death”, una mostra d’arte contemporanea dove hai esposto gli scatti del dietro le quinte di alcuni party fetish di New York e Miami.

ZUEK – La mostra a Epicentro Art e’ andata molto bene. Il fatto che coincidesse con il Bread and Butter ha fatto sì che un’utenza piuttosto varia affluisse all’opening ed ho avuto l’occasione di vedere un sacco di amici. Esporre con due artisti che utilizzano tecniche diverse dalla mia (Michele Ciacciofera e Gerardo Sineri, N.d.E.) e’ stato molto interessante ai fini di creare un linguaggio piu’ complesso. Questa varietà ha creato un’interessante linea di lettura della mostra che si e’ ispirata all’omoniomo dipinto di un autore sconosciuto che si trova a Palermo.

CB – La città, invece, che ruolo svolge nei tuoi scatti?

ZUEK – Spostarmi e immergermi nel tessuto urbano delle città è di grande spunto per le mie immagini. Non riuscirei ad immaginarmi tutta la vita in uno stesso posto e stare a lungo nella stessa città spesso smorza il mio entusiasmo. NYC, per esempio, mi stanca a livello visivo se ci sto per un lungo periodo senza staccare.

CB – Ci sono realtà che preferisci scattare?

ZUEK – In genere mi piacciono le realtà rispetto alle quali non ho facile accesso. Ma anche la quotidianità piu’ piatta potrebbe essere un bello spunto per un lavoro fotografico. Amo le piccole nicchie sociali, gli episodi singolari e i gruppi culturali nascosti.

CB – Quando vai in un posto a scattare parti già con un progetto preciso?

ZUEK – Spesso ho un progetto, poi una volta li mi faccio trascinare e coinvolgere, ma il piu’ delle volte capita che in qualche modo riesca a visionare delle immagini che vorrei creare prima ancora di scattare. Una sorta di bozzetto mentale. Altre volte e’ successo di entrare in contatto per caso con i miei soggetti e creare delle storie inetressanti, come ad Ibiza con Baby Marcelo, un artista-travestito che anima le vie di Ibiza vecchia. Quando l’ho scattato mi sembrava di essere in un film di Pasolini o Fellini.

CB – Nel corso della tua carriera hai avuto l’opportunità di lavorare con diversi artisti. C’è stato un incontro che ha davvero segnato la tua vita?

ZUEK – Quando parli di artisti mi saltano alla mente alcune delle personalità che ho fotografato e con le quali ho collaborato nei più svariati campi dell’arte. Non penso che nessuna di queste persone mi abbia davvero segnato, ma l’idea di aver fotografato James Brown, Guru, i Wutang, o di aver lavorato a stretto contatto con artisti come Marcello Maloberti, John Giorno, Nico Vascellari e Canedicoda, quello mi ha in qualche modo elevato a livello personale. Mi entusiasma l’idea di affiancare la fotografia, che di fatto ha un’univoca visione, con la collaborazione di altri artisti.

CB Qualcosa o qualcuno che avresti voluto fotografare ma che non hai ancora scattato?

ZUEK – Michael Jackson o The Clash.

CB Da quando sei rientrato da New York sei sempre stato in viaggio. Milano, Bassano, Basilea, Parigi, Roma, Mosca, Sidney. Ora che progetti hai in mente per il futuro?

ZUEK – Viaggiare è una delle cose che mi riempie di più. Mi piace entrare in contatto con situazioni e persone lontane dal mio background. La curiosità e la predisposizione rispetto alle cose nuove sta alla base della fotografia, per come la interpreto in questo momento. Torno a NY tra un paio di giorni, dopo sette mesi di un esilio quasi forzato e non vedo l’ora. Sarò in Jamaica per due diversi progetti, una serie di scatti aerei di Kingston e una storia sulla Bare-Knuckle Boxing, una boxe di strada senza guantoni, illegale ma tollerata in Jamaica.

CB Un dipinto, un film, un disco o un libro che  ritieni essere una “cosa bella” e che in qualche modo ha cambiato il tuo modo di vedere le cose.

ZUEK – Amo i dipinti del Caravaggio in genere. La luce che usa è estremamente fotografica e il modo in cui dispone i soggetti mi esalta. Un film che mi ha segnato è forse “L’odio”, di Kassovitz. Nei primi anni novanta ero come una spugna e da quel film ho assorbito molto. Ricordo di averlo visto in VHS, doppiato in italiano, forse nel centro sociale del mio paese. Dopo più di un decennio mi sono ritrovato in giardino di Mathieu Kassovitz, a Parigi. Un pezzo musicale? Ne sceglierei uno a caso dall’album dei Casino Royale, CRX. All’epoca quell’album toccava diversi tasti che erano propri di alcuni generi che ascoltavo e li ho risentiti assieme in forma molto matura e nuova per le mie orecchie, quando ero tutt’altro che maturo. CRX Lo ascolto ancora oggi. Un libro che potrebbe cambiarmi la vita e che non ho letto di proposito è “Il Deserto dei Tartari”, ha cambiato la visione della vita di mio padre e la cosa mi spaventa al quanto. Lo leggerò.