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Il bel libro di racconti del premio Nobel Alice MunroIl sogno di mia madre – dovrebbero leggerlo tutti, uomini e donne, per godere dell’essere descritti con tocco lieve, proprio lì dove normalmente si sarebbe scagliato il più aspro giudizio, nelle atrocità e nelle vergogne della vita.

Alice passa, come un uccellino sui campi e guarda giù o si posa sui davanzali delle finestre per sbirciare, cantare un motivetto e poi sparire di nuovo. In quello che vede e in quello che canta c’è tutta la vita: così com’è. Senza insistenze o fronzoli, solo la vita a tratti irrisoria e a tratti indecente delle persone. Il suo discorso ricalca quello della vita, le parole scivolano sulle superfici scivolose e si fanno accette in presenza della violenza e del dolore.

Realismo certo, ma che lascia spiazzati, perchè nel disegno di personaggi a tratti disperati a tratti spregievoli, Alice racconta e basta, pur lasciando l’amaro in bocca di una conclusione mai del tutto definita, di un futuro già da tempo segnato e mai scritto. Eppure in questo non dire si dice sempre ciò che mai è concesso di rivelare: la codardia, il rifiuto della morte e l’invidia della vita, il perturbante del sogno, il non amore di una madre.

Ciò che non si deve dire, ecco, viene detto ma mai come un rigurgito acido, un’accusa o una dichiarazione. Piuttosto come un accidente, un inciampo della vita che accade mentre tutti sono distratti, intenti a pensare ai fatti propri. Così come un carrello cinematografico che sfiora un paesaggio per poi guardare altrove, in un unico piano sequenza, senza soffermarsi eppure inevitabilmente mostrando.

Protagoniste degli otto racconti sono spesso le donne, da sempre e sempre in bilico tra la normalità e il dramma coi loro fardelli di madri, mogli, ammalate, infermiere, figlie, sognatrici. In ogni caso condizionate tremendamente da due declinazioni del virtuale: il passato che pure se non è più è ancora e il sogno, che pure se non è del tutto conduce e gravita intorno alla veglia.

Da noi il libro è edito da Einaudi, nella bella traduzione di Susanna Basso.