L’arte al Muhka

Ciò che colpisce di questo museo d’arte contemporanea non sono tanto le opere esposte, a cui non va tolto nessun merito grazie anche a nomi come Andy Warhol, Fontana, Manzoni e Klein, ma piuttosto i suoi spazi e la sua struttura, ricavata da un silos del grano del 1926.

Io che per quest’arte non mi strapperei i capelli apprezzo però i luoghi in cui viene esposta. Le stanze sono solennemente linde, in una maniera quasi sacrale, dentro due o tre opere al massimo; il minimalismo è d’obbligo ed è forse questa moderata sintesi unita al fatto che il museo non sia grandissimo che rende l’atmosfera quasi riservata, familiare.

E poi nei musei di arte contemporanea mi sento sempre di dover rispettare una certa devozione verso degli oggetti apparentemente normali, se non addirittura banali, ma che noi stessi ci ritroviamo ad ammirare e celebrare con partecipazione, anche se il motivo di ciò non ci è del tutto chiaro.

Fatto sta che si esce dal Mukha, non saprei dire bene il perché, con un senso di pace e tranquillità, forse per l’illusione di aver colto qualcosa o semplicemente per essere stati per un po’ senza troppi pensieri o grilli per la testa. Semplicemente ad osservare.