Non ho voglia di decorare la torta al cioccolato. La voce di mia madre mi rincorre dal corridoio e io mi alzo meccanicamente, ma solo per andare a chiudere la porta della mia ex stanza. Lasciatemi qui, come una cosa posata in un angolo e dimenticata, recito sottovoce, sorpresa di ricordare alla perfezione i versi di quella che al liceo avevo eletto insindacabilmente a mia poesia preferita. Torno a sedermi alla mia vecchia scrivania, chiudo gli occhi. Continuo a domandarmi in una specie di loop se stai dormendo, se la morfina sta ancora facendo effetto, se non è il caso, invece, di sostituire il cerotto. Mi hanno vietato di tornare a vedere come stai, mi hanno detto che devi riposare, e poi è la vigilia di Natale, devo cambiarmi per la cena, finire di incartare i regali. Decorare quella stupida torta al cioccolato, con l’abete e le stelle di glassa reale e una spolverata di zucchero a velo a simulare l’effetto della neve.

Che poi magari, nevicasse sul serio. Invece fuori ci sono quindici gradi, e io ho sudato tutto il giorno sotto il maglione di lana a trecce che mi hai regalato per un compleanno di un secolo fa, e che ho voluto mettere per forza per venirti a prendere in ospedale e riportarti a casa. Solo per qualche giorno, hanno detto i medici, solo per Natale. Appena siamo arrivati, ho iniziato a preparare la tavola: ho tirato fuori il servizio inglese, a fiorellini blu, e le posate d’argento nelle custodie di feltro, quelle che si arrotolano e si chiudono con un nastrino. Ho messo a scaldare le lasagne che ha portato la vicina, e ho chiesto a nonno di scendere in cantina a prendere una bottiglia di vino. Poi ho acceso le luci dell’albero, e ci siamo messi a tavola. Tu hai assaggiato il vino, e hai fatto una smorfia che assomigliava a un sorriso. Io e nonno ti abbiamo riportato a letto, e abbiamo finito le lasagne in silenzio. Domani andrà meglio, ho pensato. Domani ci sarà l’arrosto, sarai meno stanca, e potrai goderti il pranzo almeno un po’.

Me la sono ripetuta talmente tante volte, questa storia della felicità, che ho quasi finito per crederci.

Dovrei alzarmi, andare a fare una doccia, togliermi di dosso il sudore, l’indolenza, l’odore di ospedale. Correre incontro ai miei nipoti, e raccontare a mio zio come sta andando col lavoro. Spiegare che per Capodanno non ho fatto programmi, e che pensavo di restare qui ancora per qualche giorno, almeno finché non tornerai in ospedale. Qualcuno chiederà come stai, io accennerò un’alzata di spalle, e quel qualcuno annuirà. Siamo tutti preparati, abbiamo studiato la parte. Sappiamo che una cena di Natale è sempre una cena di Natale. E che le lacrime, le tragedie, i singhiozzi spettano alle persone che ci lasciano all’improvviso. Non a chi se ne va lentamente, quando è il momento giusto, dopo un’esistenza lunghissima, ordinaria e, tutto sommato, felice.

Non so che tra poco avrò una famiglia mia, con cui avrò di nuovo voglia di festeggiare il Natale.

Me la sono ripetuta talmente tante volte, questa storia della felicità, che ho quasi finito per crederci. Come se fosse un bollino da applicare addosso a una vita che se ne va, una specie di tagliando prima di archiviare la pratica. Oggi avrei voglia di chiedertelo, se sei davvero stata felice. Ma sono giorni, ormai, che hai smesso di parlare, e se proprio avessi voglia di ricominciare, probabilmente non sarebbe la domanda giusta da farti. Sono molte, del resto, le cose che stasera non so. Non so che all’inizio, dopo che te ne sarai andata, ti sognerò tutte le notti e poi, a un certo punto, non ti sognerò più. Non so che quando libereremo gli armadi porterò con me un sacco di cose che ti appartenevano, e per anni non uscirò mai di casa senza un ciondolo, una borsetta, una gonna al ginocchio che scatenerà l’invidia delle mie amiche. Non so che i ricordi di quando ero piccola, il mare di Bogliasco, le foglie piccole del basilico, la tua pelliccia morbida da affogarci dentro, svaniranno poco alla volta, ma quando mi sembrerà di averli persi per sempre un profumo o una parola li riporteranno in vita all’improvviso, e da allora resteranno sempre con me. Non so che tra poco avrò una famiglia mia, con cui avrò di nuovo voglia di festeggiare il Natale. Ma che la voglia di decorare la torta al cioccolato, invece, ci metterà un sacco di tempo a ritornare.

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Illustrazione di Alice Negri