Conosci te stesso, suggeriva Socrate. Facile a dirsi, spesso non basta una vita intera. Che poi magari capita di arrivare a conclusioni e appiopparci da soli un’etichetta, tipo “madre”, “omosessuale”, “orfano”, “fallito” e scoprire solo in seguito a un evento del tutto imprevisto di aver sbagliato definizione e dover ricominciare daccapo.

Questo è più o meno quello che succede a Paolo, il protagonista del film di Fabio Mollo, “Il padre d’Italia“. Interpretato da Luca Marinelli, Paolo è un orfano, innamorato di Mario, con cui ha una storia da 8 anni. Da piccolo voleva fare il falegname e poi, per naturale evoluzione, l’architetto. Invece lavora in una specie di Ikea torinese, Mario lo lascia e lui incontra Mia.

Mia, qui un’esplosiva Isabella Ragonese, ha i capelli rosa, è incinta e fa la cantante rock. L’ultimo sguardo prima di svenire un locale per incontri è proprio per Paolo. Che la raccoglie e la porta in ospedale. E siccome Mia non sa chi è né dove andare succede che per comunità di intenti, i due partono alla ricerca di qualcosa, anche se ancora non sanno bene cosa. La scusa ufficiale è trovare il padre della bimba di Mia, per portargli la lieta novella e poi tornare a casa. Ma l’impresa si rivela più difficile del previsto e vuoi per caso, vuoi per occasione, ecco che un orfano omosessuale e una madre priva di ogni senso del limite si ritrovano abbracciati nello stesso letto, due scasinati on the road in giro per l’Italia su un pulmino dell’Ikea che volge a Sud.

Sulla via di Damasco ecco che giunge la folgorazione: e se tutto quello che so di me stesso fosse frutto soltanto della paura? Se davvero, una volta abbandonata ogni convinzione, mi ritrovassi diverso, privo di ogni certezza? E se fosse in definitiva questa l’occasione di una rivelazione, il manifestarsi di un miracolo?

Trovare l’amore in un luogo disperato, accanto a qualcuno che è il nostro specchio e insieme l’incarnarsi di ogni questione lasciata in sospeso fino ad allora. È vero che ci si ritrova solo nell’altro.

E Mia, vestita da sposa, sfacciata, sbagliata, improbabile maestra di vita per il compassato Paolo.
Il film rovescia ogni cliché: una donna che in quanto tale per forza, “per natura” ha il dovere di essere madre, l’amore che è sempre più forte della paura, la famiglia come luogo elettivo d’accoglienza e accettazione. E trasmette un messaggio forte:

ci vuole coraggio ad essere se stessi e ancora di più a scoprilo.

Un piccolo film con un messaggio grandioso, sostenuto da una colonna sonora potente, tra Loredana Bertè che inneggia al mare d’inverno (“un pensiero che la mente non considera”) e gli Smiths che sono convinti che there is a light that never goes out.

Bene, se anche voi siete il mare d’inverno, non abbiate paura.

Magari una donna non è, non vuole essere una madre e rinunciare alla propria libertà, magari un omosessuale può intravedere il senso della vita in un figlio non suo, scoperto per caso in controluce sbirciando per la prima volta il ventre gonfio di una donna, amare quel figlio dal primo istante, essere a tutti gli effetti il padre d’Italia.

Perché ogni miracolo è per sua stessa definizione contronatura e non sempre, sorpresa delle sorprese, ciò che è contronatura è sbagliato.

Non è sbagliata una madre che rinuncia a suo figlia, non è sbagliato un padre che non ha concepito suo figlio. Sbagliato è solo odiare ciò che non conosciamo di noi, essere troppo vigliacchi per scoprirlo, non avere il coraggio d’amare.