Il bisogno primario da soddisfare, in questi giorni pieni d’arsura, è la sete.

Non facciamoci abbindolare da bevande gassate ghiacciate al punto giusto, affondiamo i denti senza rimorsi in una bella fetta di cocomero.

Come per il melone, si tratta di un ortaggio zuccherino della stessa famiglia delle cucurbitacee, tanto che il suo nome in latino è lo stesso che veniva usato per il cetriolo (Citrullus lanatus).
Questa pianta originaria dell’Africa tropicale cresce bene anche da noi in Italia ed è coltivata soprattutto in Emilia Romagna, Lombardia e nelle regioni del sud, ma il primato della produzione mondiale è ancora una volta della Cina.
Dall’estremo oriente, più precisamente dal Giappone, sono state importate da qualche anno anche le varietà a polpa gialla che, dicono, sono ancora più dissetanti.

Ma la stranezza più sorprendente, anche se dicono con poco gusto, dei cocomeri nipponici è la capacità di assumere le forme più strane.
Grazie a particolari tecniche di coltivazione in recipienti di vetro, il cocomero può presentarsi sotto forma di faccia buffa, cubo o piramide, alla modica cifra di 480 euro al pezzo…
Qui si continua a preferire il frutto nazionale, vista anche l’assonanza di colori con la nostra bandiera!


Oltre all’evidente apporto di liquidi (di un chilo di cocomero se ne mangia circa la metà e si tratta al 90% di acqua), è un frutto poco calorico (circa 300 kcal per chilo) che ci fa assumere anche vitamina C e vitamina A, preziose alleate della pelle.
Pare che strofinare la parte bianca del cocomero sul viso lo renda più trasparente e privo di impurità (tentar non nuoce!).
Quello che del cocomero va evitato è invece l’ingestione dei semi, che hanno un notevole effetto purgante; sarebbe bene anche non finire un lauto pranzo con un’enorme fetta di cocomero, per non rallentare la digestione.


Del cocomero non si butta via niente, da secoli la buccia privata della polpa e dei semi e fatta seccare è usata come contenitore di liquidi in Africa (in Nigeria pare che si sia sviluppata la moda di usarlo come casco per motociclisti…).
Se possedete un po’ di pazienza ed estro creativo potrà invece trasformarsi in un bellissimo porta-macedonia fresco e finemente intagliato.
Per riconoscere un buon cocomero vale la stessa tecnica che si adopera con il melone: un suono sordo equivale ad un frutto maturo e dolce, ma lo si può evincere anche se, grattando con l’unghia la scorza, questa verrà via senza fatica.
E non importa che sia gigantesco, deve essere solo il “vostro” grande cocomero:

“La notte di Halloween il Grande Cocomero sorge dal campo di cocomeri e
vola per l’aere distribuendo giocattoli a tutti i bambini buoni del mondo. Ma 
non da un campo di cocomeri qualsiasi! Dev’essere il più puro e sincero campo di 
cocomeri in tutto il mondo.”