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Pessimismo cosmico. Questo dicevano i nostri libri di scuola quando si parlava di Giacomo Leopardi. Pessimismo cosmico, una definizione che non lasciava scampo, alludeva alla più totale, assoluta, indubitabile certezza del “giovane favoloso“: che la vita è crudele, che la felicità è relegata in una minuscola parte della giovinezza e che una volta cresciuti tutto è perduto.

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E come dargli torto, la natura era stata davvero matrigna con lui. Non tanto per quella gobba, per quella salute malferma, piuttosto per aver fatto di lui un genio, insinuando lo spiritello maligno del dubbio in ogni pensiero. Vi è dunque un’unica verità: non vi è niente di certo, si nasce, si cresce, si muore il più delle volte senza trovare alcun senso.

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Questo va detto. Questo va scritto, pensava Giacomo chino nella sua splendida biblioteca, recluso in quella prigione dorata. E dato che Leopardi era un genio, non lo diceva così, come io lo scrivo, ma in bellissimi versi, riflessi di quelle domande poste ad una luna muta, ad un bosco silenzioso. Sarebbe davvero fargli un torto pensare che fosse infelice per i suoi malanni: era infelice perchè più desto degli altri, cosciente, in ogni affannato minuto d’esistenza.

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Noi, noi che non sappiamo cosa farcene della nostra malinconia, possiamo leggere oggi i suoi versi e trovare ancora conforto. Unirci nella disperazione dell’uomo che è solo, nell’attesa di una carezza che tarda ad arrivare, minuscoli di fronte all’immensità della natura che si fa beffa di noi. La magistrale interpretazione di Elio Germano, nel film di Martone dedicato a Leopardi, ci spezza il cuore.

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Non tanto perchè Leopardi arrancasse, perchè fosse piagato nel fisico, quanto perchè – come è infausto il destino di un genio – fosse così perdutamente incompreso. Le sue parole ascoltate troppo tardi, già morte, quando la sua lingua viva, vivissima, avrebbe dovuto ridestare gli animi degli uomini del suo tempo da un torpore distratto che si bea della semplice fortuna d’esistere. Di come poi, di cosa sia fatta quest’esistenza non ce ne importa.

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Sempre scomodo è stato chi si pone troppe domande, chi a guardare troppo a lungo l’infinito gli si spezza il fiato e ha il coraggio d’intonare, intessendo le parole di un’autentica bellezza, una canzone disperata. E ha ancora il coraggio di chiamarli idilli e canti. Che nonostante tutto il dolore e la paura e il pianto, ancora dolce è naufragare, in questo bellissimo mare.

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Ma sedendo e mirando, interminati spazi di là da quella/ e sovrumani silenzi/ e profondissima quiete/io nel pensier mi fingo; ove per poco il cor non si spaura. E come il vento /odo stormir tra queste piante/ io quello infinito silenzio a questa voce vo comparando: e mi sovvien l’eterno/ e le morte stagioni/ e la presente e viva/ e il suon di lei. Così tra questa immensità s’annega il pensier mio: e il naufragar m’è dolce in questo mare.