Il diritto di contare di Margot Lee Shetterley, edito da Harper Collins, racconta una storia importante, di quelle che ti lasciano a bocca aperta e ti motivano anche se, probabilmente, non sarai mai una dipendente della NASA. Si tratta della storia delle scienziate afroamericane che hanno contribuito attivamente alla corsa allo spazio americana, scienziate i cui nomi sono rimasti ingiustamente sconosciuti per troppo tempo. Ne parlavamo qualche tempo fa a proposito di Donne, scienza e quel bisogno di essere legittimate: avreste mai pensato che interi settori della NASA fossero costituiti da donne afroamericane a partire dagli anni ‘40? Lavoravano nell’ombra delle discriminazioni razziali e sessiste dell’epoca, ma nonostante questo hanno comunque fatto sì che l’uomo arrivasse sulla luna con le loro abilità matematiche e di calcolo, dando il “la” alle future generazioni di scienziate che tuttora lavorano a servizio della Nasa. Ma non è stato tutto così semplice:

Per molti uomini una “calcolatrice umana” era una macchina calcolatrice che respirava, un accessorio da ufficio che inspirava una serie di cifre e ne espirava un’altra. Quando una ragazza aveva portato a termine un determinato compito, i calcoli venivano trasferiti in tutta fretta al misterioso regno degli ingegneri.

Venivano chiamate “The computers who wear skirts” e vennero assunte dalla Nasa (allora NACA) nel secondo dopoguerra prima per occupare il settore calcolo degli studi sull’aerodinamica, per poi arrivare a calcolare le traiettoria dei veicoli spaziali negli anni ’60, quando gli Stati Uniti rincorrevano le conquiste spaziali della Russia. Erano ritenute più affidabili dei computer stessi, le prime macchine IBM comprate dalla NASA erano ancora un mistero, nonché grossi macchinoni difficili da gestire. John Glenn stesso, il primo americano a entrare in orbita attorno alla terra, prima di essere lanciato in orbita con la Freedom 7 pretese che fosse proprio una di loro a controllare tutti i dati elaborati dai computer.

La maggior parte degli ingegneri se la cavava anche con la matematica, ma erano le donne a giocare con i numeri, notarci dentro e analizzarli fino a cavarsi gli occhi, da quando appoggiavano la borsetta sulla scrivania al mattino fino a quando rinfilavano il cappotto per uscire la sera.

Nella sua analisi e ricerca dati Margot Lee Shetterley fa emergere dagli archivi Nasa centinaia di nomi di lavoratrici e matematiche, ma in “Il diritto di contare” focalizza la sua attenzione su Katherine Johnson innanzitutto, matematica, mente eccellente, colei che si è occupata dei calcoli della Freedom 7, ma anche del lancio del ’69, una carriera per la Nasa e la ricerca scientifica. E poi Dorothy Vaughan, anche lei matematica, impiegata fissa della NACA dal ’46, colei che aveva intuito il futuro, imparò il FORTRAN e si occupò lei stessa delle macchine IBM formando una nuova generazione di “programmatrici”. Mary Jackson è la terza punta di diamante: la prima donna afroamericana a diventare ingegnere e a rompere le barriere del razzismo che non le consentivano di accedere all’istruzione che meritava.

Tre nomi che non potrete più dimenticare dopo la lettura di questo libro, ma che sono solo la punta di un iceberg fatto di donne che meritano di essere celebrate alla stessa stregua dei primi astronauti. Senza di loro niente sarebbe stato possibile. In questo senso il libro di Margot Lee Shetterly è un primo passo fondamentale e necessario, un piccolo risarcimento dopo decenni di oblio. Ritorna allora la domanda che ci siamo poste all’inizio: chi avrebbe mai pensato che le menti infallibili dietro questi calcoli fossero femminili? Siamo ancora giustificate quando tuttora fatichiamo ad immaginare il volto femminile della scienza?

Margot Lee Shetterly ha avuto la fortuna di entrare in contatto con queste tre donne meravigliose, suo padre stesso ha lavorato con loro in qualità di ricercatore per il Langley Research center della Nasa, e ha passato settimana e cercare negli archivi della Nasa  le loro tracce. Un lavoro che potrebbe continuare all’infinito e che comunque meriterebbe di essere completato. Non aspettatevi il classico romanzo Il diritto di contare ha un taglio profondamente giornalistico, un lungo report ben incastonato nelle vicende storiche del secondo dopoguerra fino al cuore della guerra fredda, che copre oltre un ventennio di storia afroamericana e di lotte contro la segregazione razziale.

Il progresso scientifico del XX secolo era stato relativamente lineare; quello sociale, in compenso, non sempre si era mosso in linea retta […].

In quest’epoca le nostre tre “eroine”, Katherine, Dorothy e Mary, hanno lottato per rivendicare i loro diritti e far sì che le loro straordinarie intelligenze potessero servire il loro paese e l’umanità intera.

calcolatrici nasa 1953

Calcolatrici della Nasa, foto di gruppo del 1953. (credits: Nasa)

Per questo la ricerca di Margot Lee Shetterly e del suo libro è importante. Non c’entra nessun sentimento di rivalsa “Ah! Erano delle donne a fare questi calcoli, ora che le abbiamo ricordate giustizia è fatta!” Assolutamente no. La scoperta di questi nomi è pura “speranza per il futuro”. Queste storie sono esempi straordinari anche per le ragazze di oggi che devono imparare a rivendicare il proprio ruolo nella società e, se è quello il loro destino, anche nella scienza, nella ricerca, in tutto che c’è di straordinario.
Nel 2016 Katherine Johnson ha ricevuto dalle mani di Obama la Presidential medal of Freedom per i servizi resi alla Nasa, agli Stati Uniti, ma soprattutto, aggiungerei io, alla scienza, all’umanità intere e al suo progresso scientifico. La Nasa le ha intitolato la Computational Research facility. Sono menti straordinarie, direte voi, quante ne possono nascere in una stessa epoca? Vero, vi rispondo con sincerità, ma le donne come Katherine, Mary e Dorothy non insegnano solo che le donne più brillanti possono diventare scienziate. Le protagoniste de Il diritto di contare insegnano che nella vita è importante avere la possibilità di scegliere il proprio cammino e solo così si possono fare cose straordinarie. Così come insegnano che sono balle quelle che ci hanno raccontato

L’erronea credenza secondo cui gli uomini avrebbero una propensione tutta loro per l’ingegneria

BALLE.

Proprio per vincere questi pregiudizi si sono moltiplicate negli Stati Uniti le raccolte fondi per regalare il libro alle giovani ragazze afroamericane e consentire loro di guardare il film. Il tutto affinché la lotta alle discriminazioni razziali e di genere diventi un impegno quotidiano di uomini e donne, ragazzi e ragazze, e ricordarsi che come ci insegnano Katherine, Dorothy e Mary: “The sky is no more the limit”.
Diamo la possibilità alle bambine e bambini delle nuove generazioni di sognare insieme lo spazio, la scienza e l’arte, diamo loro i mezzi per coltivare i propri talenti e gli unici valori che contano, lo studio e la determinazione, e abbandonare quel mondo in cui una donna di scienza è una eccezione alla regola. Le donne nella scienza, nella politica, nell’arte, nelle posizioni di rilievo, devono diventare la normalità.

Il loro obiettivo non era risaltare per la propria diversità, ma integrarsi grazie al proprio talento. Come gli uomini per cui hanno lavorato, e quelli che hanno spedito nello spazio, stavano solo facendo il loro lavoro.

Per approfondire

Why so many people are crowd-funding Hidden Figures screenings 

Human Computers: The Women of NASA

On Being a Black Female Math Whiz During the Space Race