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Illustrazione di Sara Gorini per Cosebelle Mag

IL MIO LIBRO DEL 2014: La Falena di M.Cain.

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E’ un libro letto per caso, durante uno di quei periodi di ingordigia letteraria. Un libro che mi ha stupita perché, non essendo in apparenza il mio genere e non avendo frasi strabilianti da sottolineare, come mia abitudine, ha tuttavia una struttura che ti fa divenire parte della storia e una serie di intrecci e colpi di scena che ti fanno pestare i piedi per tornare a casa la sera e proseguire la lettura.
L’ America degli anni ’30 attanagliata dalla depressione che segue alla crisi del ’29. Un ragazzo prodigio che deve fare i conti con la campana di vetro che si rompe intorno a lui e deve reinventarsi. Amori diversi, con l’eco perenne di uno ed uno solo, una fuga costante per scappare dalle difficoltà, ma anche dalle sicurezze.
I denti stretti sempre, sia di fronte a un’America disillusa che fa toccare il fondo, sia quando denaro e successo arrivano improvvisi, perché, sebbene agli antipodi, sono vissuti con lo stesso distacco e con la tensione costante di trovare qualcosa che faccia desiderare di permanere.

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“Non saprei quando fu, un’ora dopo, o forse più, che guardai il mare e, lungo il sentiero d’argento, la luna, conscio che se la falena l’avesse attraversato a volo, avrei potuto fissarla, amarla, senza che nulla mi accadesse. “ (M.Cain)

IL MIO 2014 IN UN’IMMAGINE

6 aprile 2014. Paris Marathon.
La prima maratona. Elettrizzante è l’attesa, la memoria dei km fatti prima di arrivare lì davanti alla linea di partenza. I risvegli all’alba con ancora il sapore di caffè, i “ma chi te lo fa fare” ripetuti e ignorati mille volte durante le ultime serate lasciate a metà. L’incognita del come sarà, fino al timore del come il tuo fisico potrà reagire. Gli obiettivi e i secondi scanditi dall’orologio. E poi si parte, si comincia e tutto è asfalto sudore e ritmo, che cambia ma che non si arresta ed è voglia che cresce anziché diminuire fino a che, a un certo punto, l’orologio si dimentica perché non c’è niente in palio se non la sfida con noi stesse, quasi una sfida simbolica di quel perseverare e di quel tener duro che conosciamo bene, non solo nella corsa.
E poi c’è quello che chiamano il muro in cui le gambe diventano pesanti e allora si va avanti solo di cuore e di tenacia e di sorriso, avvicinandosi al traguardo. Difficile da spiegare a parole, certo è che quello che resta è l’esperienza umana. Singolare in quanto sei tu e solo tu a mettere un piede davanti all’altro, ma anche di appartenenza e condivisione con altre 60.000 persone con percorsi e motivazioni diverse ma che, come te, sanno cosa voglia dire.

Photo credit: Schneider Marathon de Paris

Photo credit: Schneider Marathon de Paris

IL MIO FILM DEL 2014: Les garçons et Guillaume, à table ! (Tutto sua madre)

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Il tema è uno, il rapporto di Guillaume Gallienne, attore di teatro e, qui, regista produttore e protagonista interprete del ruolo di Guillaume e anche di quello della madre, con la propria sessualità.
Non è la narrazione conosciuta di un ragazzo che scopre e accetta la propria omosessualità, qui c’è uno sguardo nuovo perché il percorso di conoscenza di sé stessi e la lotta contro i tabù con cui, purtroppo, ci si deve scontrare nell’affermazione della propria essenza, è scardinato dall’invadenza del rapporto con questa figura materna austera, rigida e ingombrante, che impone il suo sguardo sul figlio facendolo credere ciò che in realtà non è per il bisogno di non spezzare il legame di adulazione che la sostiene. Articolato e ironico, dai temi forti.

Quello sull’omosessualità che divide un paese che, seppur storicamente laico, non cessa di manifestare contro l’approvazione della legge sui matrimoni omossessuali, come infastidito da ciò che scardina il perbenismo borghese che si respira, e non poco, per certe strade. E quello del rapporto con la madre, e qui mi chiedo se l’occhio autoctono coglie ciò che colgo io, ossia la viscerale spiegazione di tanta anaffettività e di altrettanta rigidità nell’esprimere emozioni e sentimenti. Due ambiti diversi, ma non sempre dissociati, che si sono intrecciati spesso nel mio quotidiano di qualche tempo fa, di fronte ai quali, seppur nel mio piccolo, mi è stato chiesto di prendere una posizione, perché va bene avere rispetto per culture altre e visioni altrui, ma è altrettanto importante non farsi tirare verso il basso quando lo sguardo che si incontra mira a omettere anziché ad abbracciare.