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«I giovani sono una specie aliena. Non ci sostituiranno con una rivoluzione. Ci dimenticheranno e ci ignoreranno fuori d’esistenza. Il Posto delle Volpi del Deserto era soltanto uno spettacolo qualsiasi con appena la giusta sfumatura di dimostrazione. Lasciateci in pace».

William S. Burroughs apparteneva ad una specie aliena. Aveva bisogno di scrivere per farsi ascoltare dagli esseri umani, con la speranza d’essere compreso, d’uscire dall’isolamento. Tuttavia la sua scrittura disossata, ostile, contorta gli si torceva contro rendendolo nel migliore dei casi un visionario e nel peggiore un folle. Si può certo dire che scrivesse solo d’ombre, incastrando incubi e perversioni, provocazione e veggenza.

A tratti fa paura Burroughs, anche qui, nel suo Wild Boys (I ragazzi selvaggi – Un libro dei morti) edito per noi da Adelphi. Racconta di un brutto sogno surreale dove la polizia ha preso il controllo dell’esistenza di tutti, con la scusa di ripulire il mondo dalla piaga delle droghe (ok, questa è la parte meno surreale, d’accordo) e i giovani, questa specie aliena, viene cacciata alla stregua dei ratti.

Ma i ragazzi selvaggi fermi non ci sanno stare, meditano una rivoluzione e nella rivolta si trasformano, si innestano con le piante, gli animali, divengono ibridi, strani macchinari da guerra. Una guerra giusta – se ne è mai esistita una – perché oppone la libertà più sfrenata al totalitarismo.

Per Burroughs non esistevano le sfumature, al massimo si virava dal nero della pece a quello dell’asfalto. Dunque egli cura la repressione con la dissolutezza più compiuta e non concede nulla al vecchio che non cede il passo. I suoi giovani reietti, mostruosi rifiuti della società ci ricordano una lezione importante: ascoltare la voce degli ultimi, superare il disgusto, affrontare il pericolo, fare un gesto osceno in faccia alla morte.

Nel cupo della notte brilla ancora una speranza e oggi che quasi quasi quella distopia s’avvera viene da chiedersi se saremmo capaci proprio noi che ascoltiamo il rock e leggiamo Burroughs di posarci sulle guance un sarcastico sorriso.

«Il buio scende sui sobborghi in rovina. Un cane abbaia in lontananza. Fioche malferme stelle stanno volando via attraverso un vuoto cielo luccicante, i ragazzi selvaggi sorridono».