Il difficile mestiere dello scrittore secondo Filippo Bologna

E’ la solita vecchia storia: che cosa sei disposto a fare per essere ricordato? Il tema può essere declinato in mille modi, di certo la questione è chiara a chi si occupa di letteratura, che abbia appena iniziato e cerchi la storia per emergere, che sia uno scrittore di fama, che ancora insegua Il Libro della vita, che sia ormai un acclamato Maestro, cosciente del rischio che quel Libro l’ha azzeccato una volta e difficilmente succederà di nuovo.

Filippo Bologna dopo il suo fortunato romanzo d’esordio Come ho perso la guerra, torna per Fandango Libri con un’opera metaletteraria, un gioco di scatole cinesi – uno scittore che scrive di scrittura – in cui stigmatizza ossessioni e debolezze di quegli esseri mitologici che sono gli artisti.

Tratta i personaggi come paradigmi: L’Esordiente, Lo Scrittore, Il Maestro. Ciascuno si dispone sulla linea della vita con un’ attitudine diversa, sebbene tutti siano governati dalla paura. Il successo è un veleno insidioso, soprattutto per chi non ce l’ha. E a guardarli così dall’interno delle loro misere esistenze, dove non vi è traccia del sacro fuoco dell’arte, ma solo di un corredo di vizi che dal loro sogno li allontana, vien quasi da compatirli.

Nella corsa al Premio Letterario che indica per ognuno di loro il conseguimento di un traguardo diverso, vedranno le loro vite dissolversi, mentre pensano di elevarle. Il peccato di hybris è sempre stato punito dagli dei. Pioveranno saette anche stavolta.  Arriveranno sotto forma di pappagalli neri, mostruosi a partire da quelle piume disadorne, come loro non si conviene.

E bisognerà affrontare il loro sguardo fisso, muto, come dinnanzi alla platea, in cima al palco, e la loro voce roca che incessantemente reitera quel dubbio atroce: “Non c’è uomo che un attimo dopo aver spento la luce non venga assalito da un dubbio: Sono Io un impostore?”.

Ai posteri l’ardua sentenza, cali il sipario, abbiamo un vincitore.