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Difficile pensare che chi ha fame non mangi, difficile per tutti ma non per Saverio Costanzo. Il suo cinema racconta una fame d’amore che consuma i personaggi, costringendoli alla purificazione, in attesa di una elevazione che prescinde dal corpo e che più aspira alla santità più s’allontana dall’amore.

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Che poi ci sono due tipi d’amore. Quello che divora e quello che nutre. Quest’ultimo è sano, annaffia le piante che cresce con occhi lucidi e canzoni sussurrate, ti tiene la mano mentre attraversi la strada. Regala mazzi di fiori e ti fa mangiare fino a scoppiare, pure le cose che detesti, pure quelle che mai avresti assaggiato. Perchè l’amore sano t’insegna a camminare e a scegliere, sorride delle tue debolezze e ne fa ghirlande, aeroplanini di carta. Ti dice la verità pure quando fa male e t’accarezza la nuca mentre ti bacia, per lui sei sempre bellissima, anche con la luce spenta e le mani sudate addosso. Ti regala un maglione per quando tremi forte, che sia di freddo o paura. E questo amore ti rende libero, ti porta al mare.

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L’amore che divora invece è un altro conto. Quello t’affama, e il tempo che passa e scopre le ossa e si mangia la pelle, lui lo lascia lavorare. Che gridi o stia in silenzio poco importa, di fatto non ti parla, e più tu gli fai doni più lui toglie, in una sottrazione infinita. Vive nello spazio del fraintendimento e del ricatto, t’annulla fino a scomparire. Le mani in tasca, porte chiuse, bugie. La luce accesa, le gambe nude nella neve. Nessun rispetto del tempo o del passato, della fragilità o della debolezza. Eppure non c’è che lui, non c’è che lui, dannatissima ossessione. E questo amore ti rende schiavo, ti chiude in casa.

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L’angoscia cresce nel vedere la più grande delle atrocità: una donna sana che scompare dietro a una madre malata, che come Cronos divora suo figlio e se stessa, una cosa sola – carne della sua carne – per troppo amore. Il suo bambino indaco, speciale e senza nome, immateriale come un sogno o un incubo, tenuto dentro al ventre di una casa mostruosa, nascosto alla luce del sole.

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Costanzo lo sa come si racconta un incubo. Con uno scenario tragico, fuori dallo spazio e dal tempo, il male che s’annuncia senza mai mostrarsi, la cinepresa che deforma l’immagine in un perturbante grandangolo, dove la mente – gigantesca, sproporzionata rispetto ai ridicoli corpi – è l’assoluto dittatore.

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Il bambino è un simbolo, non parla nè piange. Un oggetto. Avrebbe potuto essere tutto e nient’altro. Il simbolo di un amore che dà la vita e che la toglie, come fanno solo gli uomini, o c’è chi dice Dio.

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Dio tace. Rimane a guardare la struggente serenata di un innamorato che canta: “Tu si’ ‘na cosa grande pe’ mme ‘na cosa ca tu stessa nun saje ‘na cosa ca nun aggio avuto maje nu bene accussi’, accussi’ grande”. E ogni canzone d’amore si trasforma in un requiem prima o poi.