Fame

Non lo volevo vedere questo film. O meglio provavo a riguardo una miscela di sentimenti contrastanti, attrazione e repulsione, curiosità e negazione, eccitazione e disgusto. Le due cose vanno insieme, si sa, per ogni evento che valga la pena di essere vissuto. Bene, ogni volta che arrivavo all’apice del desiderio, trovavo una scusa per desistere, lo vedrò domani, fuori c’è il sole, non sono dell’umore adatto. Posso dirvi ora che non si è mai dell’umore adatto per assistere a certe cose.

Ho pensato anche se fosse giusto o meno consigliarvi un film così doloroso e brutale. Poi ho deciso di scriverne sperando così in una catarsi. E a voi la scelta. Non vi mentirò, non indugerò sui dettagli tecnici, sulla mirabile regia di Steve McQueen, sulla performance sovraumana, impossibile, di Michael Fassbender. Questo è visibile a tutti.

Non vi ripeterò che Bobby Sands è morto per fede, perchè credeva nella rivoluzione, e a cosa può arrivare un uomo affamato nutrito di un ideale. Questa è retorica, e non credo che il film parli di questo. Tra l’altro questo film non parla affatto, ma mostra, in una sorta di discorso per immagini, che cosa può un corpo.

Un film sulla potenza del corpo è già all’origine un film scomodo. Facciamo di tutto per ignorarne le pulsioni, relegandole ai confini della civiltà. Lo chiudiamo dentro scatole di mura e vestiti, e all’urgenza della carne che non si può ignorare, ci nascondiamo dietro porte, inventando il senso del pudore. E’ quando non ti rimane che il tuo misero corpo, che improvvisamente ti accorgi della potenza divina che emana, come alla nascita, così alla morte, sangue, vomito, ossa, ciglia, unghie, nulla che tu possa fermare o controllare.

Il lungo calvario di Bobby Sands è espressione di una rivoluzione che trova nel corpo il suo alleato, per similitudine. Urgente, nudo, sporco, maltrattato e puro. Questo è il corpo, questa è la rivoluzione e questo è l’uomo. Non si può ignorare. E’ lì, davanti a te, è questo che siamo. Siamo mortali davanti al letto di morte di Sands, ridotto a uno scheletro, piagato, offeso, una protesta che passa per il corpo e grazie al corpo vincerà. Potrà morire dunque Sands, dopo 66 giorni di stenti, ma noi che siamo obbligati a guardare il suo corpo che si dissolve e muore, siamo così riportati alla vita.

Negli occhi chiari di Fassbender che perdono via via luce, nel bianco Caravaggio del suo corpo, screziato del vermiglio del sangue, avvolto nel sudario come Gesù Cristo – Il Giusto, L’Onesto – ecco che Il Corpo diviene Il Verbo. Tutti siamo uniti nel dolore della carne, uomini e animali, prigionieri percossi e guardie carceriare con le nocche distrutte e il volto rigato di lacrime, nessuno può dirsi risparmiato. Nemmeno chi guarda.

La Passione di Bobby Sands come quella di Gesù Cristo. La più potente delle rivelazioni avviene guardando una croce o un letto d’ospedale. Spiegarsi è inutile quando io sono della tua stessa carne, e il tuo dolore d’animale ferito è il mio, mentre il tuo stomaco brucia il mio stomaco brucia, e se il tuo cuore cede pure il mio cessa di battere, e respiriamo assieme fino all’ultimo respiro. Ecco cosa può un corpo: renderci uguali.

Prendete e mangiatene tutti: questo è il mio Corpo, offerto in sacrificio per voi. Prendete e bevetene tutti: questo è il calice del mio Sangue per la nuova ed eterna alleanza, versato per voi e per tutti in remissione dei peccati.

Fate questo in memoria di me.