di Rob Epstein.

“Ho visto le migliori menti della mia generazione distrutte dalla follia, morir di fame isteriche nude, trascinandosi per le strade negre all’alba in cerca di droga rabbiosa, hipster testa d’angelo bruciare per l’antica paradisiaca connessione alla dinamo celeste nel macchinario della notte, che la povertà e gli stracci e gli sguardi spenti e lo sballo innalzarono fumando nella sovrannaturale oscurità di appartamenti ad acqua fredda galleggiando oltre le vette di città contemplando il jazz”…

Così inizia il grido dell’ancora sconvolgente padre della cosiddetta “Beat Generation”, Allen Ginsberg, che è stato Sulla strada con Jack Kerouac, ha conversato davanti al  Pasto nudo di William S. Burroughs, che ha suonato la chitarra con Bob Dylan, che ha sentito echeggiare nei suoi reading la voce di William Blake.

Il film, prodotto nientedimenoche da Gus Van Sant, racconta la vita di questo osceno e indimenticato poeta attraverso il racconto di tre falde di passato distinte rese con altrettanto differenti tecniche filmiche: il bianco e nero, il colore, l’animazione.

La vita raccontata in prima persona da Ginsberg (interpretato dal bravissimo James Franco) è affidata alla memoria del bianco e nero, il processo per oscenità, che ha visto coinvolto l’editore di Allen, Lawrence Ferlinghetti, è a colori mentre gli strabilianti brani tratti dall’opera visionaria del poeta fanno da sottofondo alle animazioni allucinate di Eric Drooker, artista e collaboratore dello stesso Ginsberg.

Lo spirito dello scrittore sembra insinuarsi tra le pieghe della pellicola e ridere di fronte alla giuria che fruga tra i suoi versi, in cerca di chissà quale confessione di colpevolezza, restituendogli inconsapevolmente ancora più fama di quella che forse egli stesso da solo sarebbe riuscito ad ottenere. Così quel processo contribuì a riportare e tradurre le urla disperate degli ultimi: drogati, barboni, musicisti da sobborgo, omosessuali e puttane e carcerati in manicomi criminali che dall’inchiostro di Ginsberg si sono sollevati per prendere per le spalle e scuotere la borghesia indifferente e ipocrita, colpendo basso il grande Moloch del potere.

Dietro il processo scorre la vita del suo imputato: l’omosessualità vissuta con coraggio e senza colpa, la droga, gli eccessi, la vita condivisa con gli altri poeti nutrendosi solo di caffè e macchine da scrivere, l’amore, che lo accompagnerà fino alla morte, del compagno di vita Peter Orlovsky.

Guardando Franco, che legge Ginsberg, che è posseduto dall’anima di Solomon, di Blake, di sua madre, dei suoi amanti, imitandone l’incedere cantilenante della voce, corrono brividi e non si sa perché, forse che tra quelle parole sconnesse e poco armoniche, violente e volgari ma vere come il jazz, si trova il segreto della poesia e della musica.

La potenza d’impatto, il grido.

Signori e signore della giuria, ecco a voi Allen Ginsberg

“scosse le città fino all’ultima radio
con il cuore assoluto della poesia della vita squartato dai loro stessi corpi buono da mangiare per altri mille anni”.