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Il cinema del futuro appare in sogno a nottambuli dall’indice creatore di metallo, è una platea assopita, comatosa ed indistinta che chiude gli occhi dinnanzi all’incendere vitale di un bambino e non l’avverte del minaccioso incombere di statuari giudici che ne pedinano i passi incerti, col muso grondante di saliva e l’occhio stupido di un gigantesco mastino napoletano.

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Così si apre l’ultima fatica di Leos Carax, il visionario, l’irriverente outsider del cinema francese. Una porta che si apre su occhi serrati, un unico corpo immobile, forse già in via di decomposizione, fantasmi, inutili involucri il cui senso si perde nella consunzione delle poltrone, nel baluginare del proiettore che illumina, insiste, fruga il volto di un cieco.

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Che cos’è allora il cinema, che senso ha se non rimane nessuno a guardare? E poichè il cinema ricalca la vita e ne svela i meccanismi, chi siamo allora noi, attori per mille parti, attori senza copione, su una vita, via l’altra, in un tripudio di maschere, solo per incrociare lo sguardo definitivo che affermi: ecco, qui e ora, tu esisti.

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In una limousine, guidata al termine della notte dall’autista Céline – C come Caronte che traghetta le anime all’Inferno – Oscar (Denis Lavant) è uomo d’affari, padre senza perdono, amante morente, mendicante, mostro sanguinario, killer, Oscar è l’incarnazione immortale dell’attore, che null’altro può fare che agire, in un mondo divorato dal virtuale (l’uomo che sono/l’uomo che potrei essere -la vita che ho/ i mondi che sogno) “per la bellezza del gesto”.

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Un corteo di uno nessuno e centomila che incede come una marcetta funebre, All The Pretty Little Horses in sottofondo, con la bellezza come unico scopo che avanza, dilaga, ha il volto di Eva Mendes, dea e Madonna caravaggesca, con un figlio deforme in grembo come nella Pietà di Michelangelo; è Kylie Minogue che s’annuncia da una finestra inondata della sua musica e poi riappare, fragilissima comparsa in un mondo di comparse, innamorata sul ciglio di un cornicione.

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Holy Motors, i motori santi ci guidano a destinazione, lasciandoci quella sensazione di qualcusa che sfugge alla comprensione eppure s’insedia, da qualche parte, lì dove la bocca tace e si sgranano gli occhi, finalmente, per guardare. Trasformazione dopo trasformazione ciò che all’inizio disturba infine consola, ciò che appare nebbioso o contorto o difficile si dipana in una luce meravigliosa che conquista, anche lo scettico e il peccatore.

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Su tutto aleggia un oscuro presagio di morte, come se il film, il personaggio e noi stessi combattessimo tutti una lotta inesauribile col tempo, che altro non fa che indorare l’istante presente, ammantandolo di un amore struggente. Non è in fondo questo, ciò che più somiglia alla vita?

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“Gli uomini non vogliono più macchine visibili” esclamano le limousine impaurite ricoverate nel loro hangar, alla fine del viaggio. Lasciateci almeno il cinema, la macchina dei sogni, l’ingranaggio del possibile. Motore, azione.