© Museo di Fotografia Contemporanea di Cinisello Balsamo (MI)

© Museo di Fotografia Contemporanea a Cinisello Balsamo (MI)

Dopo aver lavorato su collage e taumatropi, il progetto Parlami di te del Museo di Fotografia Contemporanea di Cinisello Balsamo, di cui Cosebelle è media partner, arriva al terzo capitolo. Giulia Ticozzi vuole condurci su un percorso fotografico più legato alla narrazione, invitando i partecipanti a scegliere immagini, che raccontano qualcosa o che raccontino niente, ma che possano diventare il punto di partenza per storie nuove. Giulia ha deciso di prendere ispirazione dalla sua quotidianità: come tutti noi é sottoposta alla costante visione di fotografie e immagini ma in veste di photo editor del giornale on line IlPost.it ogni giorno si trova a dover scegliere quali sono le immagini più giuste per raccontare qualcosa e per mostrarla. “È una grossa responsabilità – racconta – perché ci si rende conto che le immagini non sono mai oggettive e neutre e sempre, sia che si vedano singolarmente sia che vengano riorganizzate in una sequenza, parlano lasciando aperti moltissimi campi dell’interpretazione“. Le abbiamo chiesto di raccontarci un po’ cosa è successo durante la prima edizione del laboratorio lo scorso weekend: il prossimo si terrà presso Il Pertini di Cinisello Balsamo il 15 e il 16 Giugno.

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© Museo di Fotografia Contemporanea a Cinisello Balsamo (MI)

Cosebelle – Ciao Giulia, piacere di conoscerti! Raccontaci come hai concepito l’idea di questo workshop per il progetto Parlami di te e in che cosa consiste.

Giulia Ticozzi – Ciao! Rispetto agli altri artisti presenti sono stata l’ultima a proporre l’idea perché non riuscivo bene ad immaginarmi come sarebbe stato possibile mescolare tutti gli ingredienti (racconto, immagine, partecipazione) in maniera organica, funzionale e soprattutto “spiegabile” in forma di invito a partecipare. Spesso come artista mi pongo il problema che un’opera o un lavoro possa essere troppo complicato e silenzioso, a tratti poco chiaro e non puntuale. Inoltre, pensare a qualcosa che permettesse ai partecipanti di non essere passivi ma veri e propri fautori di una cosa è difficile: ognuno, soprattutto da adulto, ha il suo bagaglio emotivo e narrativo, delle idee ben precise, delle posizioni e soprattutto una maniera differente per relazionarsi agli altri e comunicare. Ho pensato che interrogare le persone circa la possibilità che il significato di un’immagine possa non essere univoco poteva essere interessante. Il workshop perciò doveva mettere i partecipanti alla prova circa la scelta tra fotografie diverse per raccontare una storia data e provare a costruire insieme qualcosa di nuovo, in questo caso un libro collettivo, attraverso la discussione e lo scambio. Con quale modalità avrei agito l’ho deciso quasi strada facendo. L’input è stato quello di fornire una storia (l’incendio di via Keplero di Gadda) e, dopo una serie di esercizi basati sulla tecnica della photo elicitation, di organizzare una sorta di redazione capace di costruire un immaginario attorno al testo. Il prossimo gruppo lavorerà con le stesse immagini e sullo stesso testo e sarà interessante vedere cosa si produce e a quali conclusioni si arriva.

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© Museo di Fotografia Contemporanea a Cinisello Balsamo (MI)

CB – Qual è stata la reazione dei partecipanti alla tua proposta? Quali sono stati i momenti salienti di questo weekend?

GT – Dopo un’iniziale curiosità mista a scetticismo, la redazione ha funzionato molto bene, la squadra era affiatata e ciascuno ha ritagliato un piccolo ruolo all’interno della produzione del libro collettivo, i diversi approcci, invece di scontarsi, si compensavano. Io ho avuto il ruolo di una sorta di regista per  mettere un po’ di ordine e fornire alcuni stimoli visivi che fossero di esempio e guida. Durante le due giornate ho tenuto le fila del discorso ma la cosa più interessante è stata l’autogestione del gruppo e l’incessante processo di scambio di opinioni e proposte.

CB – Qual è stato il risultato finale? Che cosa si sono “portati a casa” i partecipanti?

GT – Penso che i partecipanti abbiano portato a casa un’esperienza che potrebbe essere utile ad avere un approccio più critico alla fotografia, per non fermarsi alle informazioni di base e agli stereotipi. Abbiamo fatto un esercizio in cui, data una fotografia, ognuno scriveva un breve testo a riguardo ed è stato molto interessante vedere come venissero usati diversi registri (qualcuno ha scritto una poesia!) per provare a spiegare che cosa ognuno ci vedesse all’interno, questo ha molto a che vedere con la relatività del punto di vista, che è una cosa da sapere per tutelarsi anche dagli “inganni visivi” a cui spesso veniamo sottoposti e che soprattutto ci permette di ampliare le nostre conoscenze e i nostri codici visuali.

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CB – Uno degli obiettivi del progetto “Parlami di te” è riaccendere un certo tipo di desiderio di fotografia, perché le persone devono un po’ riappropriarsi delle immagini. Che cosa ne pensi?

GT – L’idea del libro collettivo è nata proprio per questo. Ci si riappropria delle immagini mettendole in comune (i partecipanti hanno portato le loro fotografie e io portato alcune immagini dall’archivio del Centro di documentazione storica di Cinisello Balsamo) e partendo da questi materiali ai quali è stata tolta, nel momento della condivisione, ogni connotazione storico-reale, provare ad immaginarsi scenari diversi. L’idea è che una fotografia, senza didascalia, senza testo, attrae l’attenzione sempre in maniera diversa e può suggerire ogni volta qualcosa che è molto distante dalla realtà. Capire questo sperimentandolo ci rende più critici rispetto a quello che vediamo e che ci viene proposto.

CB – Abbiamo chiesto alle curatrici del progetto di descriverti ed è emerso che tu sembri “complessa, passionale e contemporaneamente aperta alla condivisione”. Ti riconosci?

GT – Lavoro spesso da sola e mi incaglio facilmente in discorsi complessi, a volte teorici capaci di incastrarmi dall’inizio di un progetto. In un’immagine vedo sempre un mondo e a volte fatico a lasciare i pensieri liberi. L’aiuto degli altri, il confronto, è utile per ampliare la visione. Una delle cose che più fa bene e rende liberi è la possibilità di poter cambiare punto di vista, praticare azioni che permettano uno spostamento negli occhi degli altri.

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CB – Le tue ispirazioni musicali e letterarie del momento?

GT – Ultimamente ho recuperato qualche album di Dj Gruff e ho capito che quando l’ascoltavo qualche tempo fa non l’avevo capito del tutto, settimana scorsa, invece, avrò ascoltato un centinaio di volte il pezzo Magic Arrow dei Timber Timbre e oggi, chissà quale pensiero, mi sta portando a sentire a ripetizione So Long, Marianne di Leonard Cohen. Per quanto riguarda il libro, ieri finito il workshop al centro culturale Pertini, ho preso in prestito un paio di libri di Goliarda Sapienza della quale ho amato fortemente L’arte della gioia.

CB – Domanda di rito: dicci qual è una cosa bella per te.

GT – Quando sdraiata al sole hai caldo e ti butti in mare senza pensarci.

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