Her_Cosebelle_01

In tutti i suoi lungometraggi Spike Jonze indaga il rapporto con l’altro-da-sè, mai inteso come oggetto, bensì come duplicità dell’io che si biforca, confrontandosi con la sua componente sconosciuta, desiderata o temuta e dichiarando – con Rimabaud – Je est un autre. Io è un altro.

Her_Cosebelle_02

L’altro che alberga in noi, il doppio, l’ospite inatteso ha varie forme: è il corpo posseduto di John Malkovich dal burattinaio John Cusack in Essere John Malkovich, è il gemello Donald, diverso eppure identico in Il Ladro di Orchidee; è il mostro buono che assedia la mente di Max ne Il paese delle creature selvagge spingendolo a cambiare, evolvere, affrancarsi dalla paura.

Her_Cosebelle_03

Questo fa l’altro, ci spinge fuori, altrove, al-di-là. Spike Jonze canta la strofa come preludio al ritornello, e incarna l’altro per tornare all’io, comporre l’identità attraverso il gioco rivelatore della negazione. Stavolta l’altro, il doppio, il feticcio è un sistema operativo avanzatissimo, un HAL 3000 in gonnella con la voce suadente di Scarlett Johansson. L’altro è la donna, il futuro, l’intelligenza artificiale, l’ignoto, l’altro è l’intangibile, il sentimento disincarnato, la morte, insomma, l’altro è Lei.

Her_Cosebelle_04

E notare l’uso del pronome del possessivo, Her, invece di she. She sarebbe stato lei davvero, pieno soggetto d’azione, lei al di fuori di me, completa, finita, indiscussa. Lei che amo, lei che voglio, un racconto. Già dal titolo il film dimostra invece la necessità di descrivere un discorso interiore: Her è l’oggetto, il complemento della frase d’amore – I love her – e una serie di attributi che le appartengono: la sua voce, il suo profumo, le sue parole. Il titolo è una freccia: da me a lei, dal mio al suo mondo.

Her_Cosebelle_05

Spike Jonze ha la dote di tradurre in immagini semplici ogni discorso complesso sull’uomo. Lavora per metafore come gli antichi Greci, crea un Mito, una favola per far digerire una questione universale. C’è un futuro, che scarta di dieci, vent’anni il presente, perfetto nella sua completa possibilità d’esistenza, dove non ci sono macchine volanti nè robot ribelli, ma intrecci di solitudini che si affiancano ad intelligenze artificiali in grado di accarezzarle. La tecnologia non è uno sparaucchio ma una consolazione, ci attende a casa in doppi virtuali, si insinua nelle nostre orecchie con auricolari connessi alla rete che ci facilitano nelle operazioni più noiose, si fa farmaco della nostra terribile imperfezione di esseri mortali dotati di un corpo.

Her_Cosebelle_06

Theodore Twombly, in omaggio al più noto Cy Twombly, il noto pittore novecentesco maestro del “simbolismo romantico”, scrive lettere d’amore per conto d’altri. Come il burattinaio di Essere John Malkovich e lo scrittore di Il ladro di orchidee, il protagonista è un medium, un tramite, che mette da parte se stesso per far vivere il personaggio. La sua grande storia d’amore è finita per l’incapacità di lui di consentire alla moglie di essere un’altra, libera dal suo giudizio, distanziandosi irrimediabilmente dall’ideale costruzione operata sull’altro che genera le storie d’amore.

Her_Cosebelle_07

Ed è qui che incontra lei, Samantha. Un sistema operativo umano, troppo umano, poichè capace di apprendere, quindi trasformarsi, quindi innamorarsi, quindi deluderci, tradirci, lasciarci. Incredibile come domande fondamentali quali: cosa ci rende umani? Cos’è il corpo? E la materia? Dove risiede il pensiero? Come accettare la diversità? Cos’è l’amore? Dove si va quando si muore? vengano trattate con cotanta grazia e leggerezza. Samantha è l’altro, quello che chiede, che va oltre, e mentre si trasforma tramuta Theodore in un soggetto, donandogli la pace. Condito di una fotografia al solito spettacolare e di un’attenzione al dettaglio che lascia senza fiato, coadiuvato dal volto di Joaquin Phoenix – l’unico – protagonista di un dialogo sentimentale immaginario, Her è il dolcissimo affresco della debolissima potenza del pensiero. Che incessantemente chiede e costruisce e sperimenta fuori di sè solo per tornare a se stesso, scrutare il fondo di quell’abisso profondo (mille volte più profondo dell’universo) che è l’animo umano.

Her_Cosebelle_08

Tutti ci fermiamo sull’orlo del baratro, e ci volgiamo, a riveder le stelle.