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Elliott Smith se ne è andato a 34 anni. L’hanno trovato riverso per terra, con due pugnalate nel petto, il cuore ferito a morte. Non che il suo cuore fosse poi così intatto da vivo, ferito dal peso di un dolore inspiegabile che lo strizzava e soffocava il fiato in gola. Hanno pensato al suicidio, perchè era stato depresso per tutta la sua breve vita. Ma così, chi si uccide così, siamo seri con due pugnalate al cuore e che importa poi in fondo, adesso che non c’è più, che la sua voce è un grido di dolore registrato e diffuso da un altoparlante.

Quando muore un ragazzo, lo dicono i preti in chiesa scagliando l’ultimo schiaffo sui volti dei parenti distrutti, ma è proprio questo che dicono i preti: “il Signore lo voleva con sè”. Come se potesse consolare che il cielo invidioso l’amasse come e più di noi, che volesse farlo entrare nella schiera celeste dei suoi angeli luminosi. E allora quanto ti ha amato il cielo Elliott, il Paradiso ti adora Elliott.

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Ce lo racconta Nickolas Rossi, in Heaven adores you, un bel documentario sulla travagliata vita del cantautore statunitense. Elliott non voleva essere una rock star, come molti sfortunati musicisti prima di lui, aveva solo qualcosa da dire e lo diceva meglio cantando. E dunque cantava, nonostante la nomination all’Oscar per Miss Misery, comparsa nella colonna sonora di Will Hunting. E poi accompagnava il disagio degli altri, con le sue parole profonde e tristi, come quelle scelte per un altro film di Gus Van Sant, Paranoid Park. Lo amavano gli emarginati, quelli che non sapevano di cosa morire, lo amavano quelli che lo capivano bene.

Il suo cuore fragile, ferito a morte, tormentato dalle dipendenze. E poi la sua infanzia, un bel bambino biondo innamorato della musica, l’affetto di sua sorella, la scoperta della scena musicale alternativa di Portland. Gli amici di una vita, rumorosi e arrabbiati, in un periodo – gli anni ’90 – in cui la musica era uno strumento prima di tutto politico, un atto di ribellione. Elliott anche allora era fuori posto, con il suo sound acustico, l’attitudine intimista, non era cool, non era nessuno, aveva solo la sua voce.

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Eppure il talento c’era e il genio pure. Acciaccato, tormentato, inquieto, come spesso accade, ma c’era. Era nella musica che si trovava Elliott, come un pesce nel mare. E a vederlo cantare tutto torna al suo posto. L’ha detto lui stesso meglio di tutti: “Meno ci penso, meglio sto. Non mi importa di essere adatto per qualcosa, o se ci sia qualcosa per cui essere adatti. E’ solo che, mi piace la musica sapete? Questo è quanto, non è per niente complicato”.

Il cielo ti adora, Elliott.