A volte l’arte ci provoca: ci si para davanti ed è impossibile evitarla o distogliere lo sguardo.

Ci obbliga a fermarci e a darle attenzione, anche solo per un minuto. Ci prende con la forza, un metodo poco ortodosso, ora fin troppo usato e ormai francamente poco efficace.

Guildor va in un’altra direzione. Le sue opere, che nascono con interventi minimi e fugaci, si nascondono. Vanno cercate con l’occhio attento di chi non si lascia distrarre dal clamore intorno, come l’occhio dell’artista, che vaga distratto sulle cose per cercare di coglierne un senso nuovo. Con le sue installazioni Guildor re-contestualizza il mondo che lo circonda e lo arricchisce con le sue visioni.

Lui stesso ci dice: “Al contrario del bambino che sostituisce alla fantasia il reale, imparando cos’è cosa, e qual è la sua vera funzione, io provo a riportare quella fantasia alla luce dando un nuovo significato a crepe nell’asfalto, fiumi, o alle serrature dei portoni.”

Quando invece non si nascondono, le sue opere hanno una caratteristica speciale: vivono. Alcune nascono e si dissolvono nel giro di pochi attimi, come nei disegni che crea con il vapore acqueo sugli specchi o sulla sabbia, che sparendo raccontano una storia.
Altre invece si generano lentamente lasciando che sia il tempo ad intervenire, come quelle il cui il soggetto emerge attraverso lo smog che si deposita sulla tela lasciandole fuori all’aria della città, o quelle in cui il ritratto, eseguito con la colla, cattura il pulviscolo presente nell’aria definendosi poco a poco.

Guildor opera, principalmente, a Milano.
Occhi aperti dunque, per non inciampare su una crepa sgorgante oro; anche Leonard Cohen canta: There is a crack in everything, that’s how the light gets in.