Grazia Neri, famosa per aver dato il nome e l’anima nel 1966 alla prima agenzia di fotografia fondata in Italia, ha scritto un libro – titolo, La mia fotografia – per raccontare di sé e del suo mondo, e anche un po’ del nostro.

Ho aperto questo libro e ho ritrovato mia madre, mia nonna, l’altra nonna, quella con le camicie col fiocco che ho sempre detestato – non le camicie, lei. E ora invece le camice le compro, le indosso, fanno sì mi dicano che mi vesto “sempre bene” anche se non é vero, e che ci sia un po’ di lei. Com’è successo? È successo riprendendo in mano le fotografie, ritrovando gli occhi, le case, le pieghe dei vestiti, i profumi.
Ho ritrovato in queste pagine anche quel magone a metà gola che Grazia Neri descrive bene, quando pensi non sono all’altezza, faccio errori che non vorrei ma non so evitare, ma che ho scritto su questo messaggio whatsapp, non ce la faccio. Le volte in cui prima o dopo un appuntamento con qualcuno in cui brillano gli occhi, o dopo un colloquio di lavoro andato bene, ho pensato ma come hanno fatto a pensare di scegliere proprio me, mi sono comportata così da stupida.

In un libro ritrovare il racconto di una vita e quindi anche gli ostacoli, le sfide, i sorrisi e un caleidoscopio di incontri, nomi, storie nella Storia, strumenti per raccontare il mondo, la guerra, il quotidiano, la cronaca, la vita di tutti i giorni e persino la moda. Fino ad internet, il digitale e il copyright.

Grazia Neri e la sua agenzia. Un’agenzia nata in uno studio di 50 metri quadri che alla fine si ritrova con uno spazio di mille. Trova il modo di assumere i collaboratori, di raccontarne la persona e il lavoro, con lo sguardo preciso, accogliente, affettuoso. Grazia Neri che è una donna, anzi lo è diventata. È stata una bambina che perde il padre e che vive la guerra, i bombardamenti e le mancanze: il dolore come lo si vive da piccoli, senza bisogno di proteggersi ma nel tentativo dolcissimo di proteggere gli altri, soprattutto sua madre. Una madre magrissima e bella che la porta al bar il sabato, che si cura di lei e di sé ma si preoccupa perché legge troppo. E poi la passione per la Francia, il primo lavoro, e un posto come giornalista rifiutato tra le proteste, fino alla decisione un po’ folle ma perfetta – come quasi tutte le decisioni folli, prese con un caro amico, di quelli che non ti mollano mai e ti sanno dire le cose anche come sberle quando serve – di aprire un’agenzia di fotografia, di entrare in un mondo allora prettamente maschile, di vendere foto e rappresentare i fotografi con la convinzione che sia una professione da trattare con amore,  da scoprire, e presentare, da rendere accessibile.

E diventa la donna che è, e che dà molte opportunità alle altre donne: le assume, le rappresenta, le vive come amiche, ne crea le icone, ma senza mai perdere la libertà di essere prima di tutto Grazia Neri. Una persona, una madre, una moglie, una figlia, un’amica e una professionista. Senza bisogno di rivendicare ogni secondo l’essere femminile,  senza chiudersi in una gabbia. Leggi il libro ed è chiaramente scritto da una lei, per lo sguardo, per la maternità con la quale racconta gli altri e se stessa, l’amore, gli amici, e anche gli errori e le cadute, i lutti o i confronti duri che lasciano segni. Ma non dice mai «sono stata la prima ad aver aperto un’agenzia di fotografia in Italia», non è il punto, non è il senso, sembra non interessarle per nulla ad essere sinceri. Racconta solo la sua vita, la pazza idea di lanciarsi in un’attività allora molto meno ossessionante di ora, meno accessibile, senza regole, e di farlo senza una lira, come scrive e sembra vederne il sorriso.

Grazia Neri non scrive un racconto, ma dedica singoli capitoli alla sua storia, alle persone del cuore, ai fotografi e ai temi che l’hanno colpita durante gli anni. Come evolve il mondo della fotografia nel raccontare il mondo vero, quello dei conflitti, della violenza, dell’Italia, della cronaca – un capitolo a sé parla dei reporter di guerra, di come riescano a non perdere la speranza e la fiducia (stupita che non diventino cinici e disillusi) pur avendo documentato gli orrori, il peggio che il genere umano più mostrare di sé. E di una loro paura: che il loro lavoro duro possa perdere autenticità, venire strumentalizzato e perdere senso.  Ma parla anche del mondo finto dei vip, dei personaggi famosi, delle vite pubbliche e degli scoop giornalistici, delle cose piccole e ordinarie.

Pensandoci ora, nei nostri tempi nei quali un’immagine può diventare virale, può creare mostri o icone positive in poche ore, dove siamo tutti fotografi un po’ ossessionati dagli specchi, dai luoghi, dal dire sono qui, sono con. Epoca di velocità, connessioni e condivisioni, che fine hanno fatto i fotografi? Il lavoro del fotografo potrebbe sembrare diventato altro.

Invece nella storia di Grazia Neri, (che ci tiene a sottolineare di non essere mai stata una fotografa) si ritrova il senso che la fotografia può e sa avere anche oggi, quando racconta eventi e persone, va a cercare, scava, documenta e seziona, ci costringe a guardare o ci da il piacere di scoprire.

E il ruolo che una donna può avere, forse “deve” avere. Un po’ meno ossessionate da come e cosa dobbiamo essere, ma solo molto vive. Libere di non dover rivendicare ogni secondo di poter o non poter fare qualcosa, ma solo di provare a farle, e di alzare la voce per chi non può.

Cover: dettaglio della copertina