Millennial, o Generazione Y o Next Generation o Echo Boomer la generazione nata tra i primi anni 80 e i primi 2000 viene chiamata in molti modi. Personalmente faccio fatica ad essere inserita nella stessa tornata di chi oggi è ventenne o adolescente, cioè di gente che non ha mai usato il Walkman o collezionato punti per avere la sveglia del Mulino. Ma questa è un’altra storia.
Il punto qui è che quelli come me, passati dal telefono con la ghiera allo smartphone, dal muretto con gli amici a Facebook, dalla macchina usa e getta della Kodak a Instagram, sono il bersaglio dichiarato di una capillare e appuntita operazione nostalgia in atto, ovunque, da qualche tempo.

Ci avete fatto caso? I post, i gruppi, i libri a tema anni ’80-’90 spuntano come funghi e ci avviluppano in una melassa di ricordi che ci riportano alla moda, ai giochi, agli oggetti, alla musica, alle trasmissioni di quegli anni. Siamo circondati da articoli che mirano dritto al cuore: da “I 10 cartoni animati più amati dai bambini degli anni ’80”, a “Le trasmissioni cult degli adolescenti anni Novanta” passando per “Le gite e il walkman: storie di primi baci e cuffiette”.

E noi, trenta/quarantenni di oggi, cosa facciamo? Non ci tuffiamo nel passato anni Novanta con un doppio avvitamento carpiato? Certo che sì

Una volta dentro, consumarsi di nostalgia è un attimo perché lì ritroviamo Bim Bum Bam e il Tegolino, le manine appiccicose delle patatine e le Micromachine. Ritroviamo Non è la Rai e il Karaoke. Beverly Hills e Baywatch. Il Festivalbar. Ditelo, ragazzi, che senza Festivalbar l’estate è meno estate. Lo zaino Invicta pieno di scritte fatte con l’Uniposca e la Smemo, 15 piani di diario scolastico con dentro un universo intero di brufoli e ormoni e cotte e prime volte e frasi più grandi di noi e testi di canzoni pronte per essere dedicate a chiunque. Dentro quei post e quegli articoli ci sono il bomber e i Dottor Martens, MTV e i VHS, le musicassette con dentro pezzi di musica e voci di speaker registrate per sbaglio, ci sono gli 883 e i Take That, le Spice Girls con un girl power in nuce, le schede telefoniche da 10.000 lire e i gettoni. Ci sono la nostra infanzia e la nostra adolescenza, c’è la nostra vita ai blocchi di partenza, momenti o giornate che ci hanno segnato e che sono quindi indimenticabili.

Il gioco è tutto lì: risvegliare la memoria, farci eccitare e immalinconirci allo stesso tempo. Farci sciogliere di nostalgia come tanti Calippo al sole di luglio, in un continuo avanti e indietro tra l’ieri e l’oggi, tra il Topexan e la crema antirughe, tra il considerarci ancora ragazzini e il pretendere da noi cose da adulti. Quali in realtà siamo.
A sentire la sigla di Memole ci vengono gli occhi a cuore oppure ci infervoriamo se ripensiamo al Game Boy, ma abbiamo responsabilità e lavori e matrimoni e divorzi e figli. E genitori di cui dobbiamo cominciare a prenderci cura. Se è chiaro cosa si è fino ai 30 anni e oltre i 50, non è così definita l’età che sta in mezzo: una landa di gente che fa a botte con l’anagrafica dividendosi tra il mutuo da pagare e il ricordo del succo Billy. Che non tornerà, facciamocene una ragione.

Poi, se post e articoli non bastassero a farcirci di ricordi, ecco l’artiglieria pesante: ’90 Special, una trasmissione tutta dedicata agli anni Novanta, una carrellata di pezzi di passato pronti a farci venire i lucciconi agli occhi.
Ragazzi, se si scomoda la tv vuol dire che è roba grossa.

Come tantissimi altri della mia età attaccati con le unghie ai Coccodritti dell’Ovetto Kinder, anche io ho visto il programma e mi sono sentita a metà tra una diva sul palco e un topo da laboratorio. Da una parte ero contenta che un pezzo della mia vita facesse bella mostra di sé in prima serata, mostrasse a tutti com’era stato, si facesse guardare e celebrare. Si godesse il protagonismo dedicato a quelli importanti. Dall’altra, tutta questa osservazione mi ha messo a disagio. A ben vedere, ’90 Special, i post, gli articoli, i libri e tutta questa operazione nostalgia, non sono solo uno specchio nel quale si riflette la mia generazione. Sono anche una lente con la quale ci guardano tutti gli altri, quelli davanti e dietro a noi, i più giovani e i più vecchi, che ci osservano e ci giudicano. Stabiliscono distanze e vicinanze, somiglianze e differenze. L’abbiamo fatto anche noi con loro, adesso è semplicemente il nostro turno.

In questo senso, mi pare che questo bombardamento mediatico sugli anni 90 sia più una stigmatizzazione che una celebrazione. ’90 Special è per noi quello che Techetecheté è per i nostri nonni e Anima Mia è stato per i nostri genitori, un modo per dire che siamo passati (o stiamo passando) dall’altra parte della barricata. Un orologio che batte il tempo. Un tentativo di cristallizzarlo e archiviarlo per poi riproporlo come mitico e mitologico.

Non so se gli anni ’90 siano stati all’altezza dei “favolosi” ’50, ‘60 e ’70, non so nemmeno come saranno rispetto ai prossimi. Non faccio l’errore di giudicarli meravigliosi solo perché sono stati i miei, anche se ci meriteremmo una medaglia al valore per essere sopravvissuti al Crystalball e alle Frizzy Pazzy, ogni generazione è irripetibile e allo stesso tempo uguale all’altra. Dico solo che da questa retro mania possiamo salvarci perché quella landa di cui parlavo prima è, a ben vedere, l’età perfetta per giocare e fare sul serio. Possiamo sguazzare nel mare della nostalgia e stare sulla riva a controllare noi stessi. Possiamo divertirci con le onde dei ricordi ma anche evitare che queste ci travolgano. Perché a differenza di quando eravamo giovani, adesso sappiamo nuotare e diversamente da quando saremo vecchi, abbiamo l’energia per farlo.