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Un uomo vacilla ubriaco per le strade notturne di una Parigi desolata. E’ stato dimenticato perfino da se stesso e le auto gli sfrecciano accanto. Cade. Qualcuno investe quel fagotto umano a bordo di un’auto costosa, piena della gioia e della vitalità della superficie.

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Una donna arranca, un occhio bendato, i passi pesanti, un gatto che si affaccia da una busta della spesa. L’occhio superstite vede quel lato della strada, della dimenticanza e dell’oblio, il lato della disperazione. Per questo forse si accorge del corpo, a terra, che non si sa se è più ferito o ubriaco. Non serve a molto la presenza della donna se non ad essere ed essere soltanto, per far fermare un autobus che raccoglie il disperato, lo porta in un ricovero e poi lo lascia a sè, una gamba e una stampella.

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Sul Pont-Neuf fa freddo, si beve, si è in due a malapena se non contiamo i fili elettrici e i gabbiani. Il ponte è come una vecchia casa in ristrutturazione, chiusa al pubblico fino a lavoro ultimato. Gli addetti ai lavori che hanno il permesso di entrare son quelli che non hanno finito una cosa nemmeno una volta soltanto. Gli sputafuoco, i perdigiorno, chi ama la bottiglia e chi l’amore l’ha perduto. Non si riesce a dormire se non con un giornale in faccia, i lampioni senza elettricità e i rimedi medici artificiali. Gli intrusi non sono ben visti, neppure quella donna, con i suoi ritratti su grandi fogli, un gatto e una benda sull’occhio. Strano modo di essere un barbone, strano modo pure, a pensarci bene, di essere un angelo.

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Eppure pian piano una donna che perde la vista e ama disegnare e un uomo che sputa fuoco e gli piace bere, su un ponte, pure se è il più vecchio di Parigi che devono fare? L’amore non conta i giorni passati al caldo, dietro al fuoco di un camino. L’amore ricorda la danza davanti all’esplosione dei fuochi d’artificio, la bottiglia che serve a ridere e non a fare male, un viaggio al mare per portarci chi il mare non l’aveva proprio visto mai. E poi dormire, oh sì, dormire senza paura, imparare di nuovo a dormire. Questo è l’amore. Sarò il tuo bastone, sarò la tua pistola. Sarò quella gamba, ti caverò anche l’ultimo occhio che ti rimane. L’amore non può promettere se non contraddizioni.

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E può succedere che la più nobile speranza, quella della felicità, sia un attentato all’amore. Esso non dice “ti lascerò libera”. Esso dice: metterò a ferro e fuoco la città, mi farò arrestare, ammazzo qualcuno oppure ti ammazzo, se te ne vai tu mi manca un pezzo, un braccio, una gamba, ecco, che devo fare mi taglio un dito e poi vado in galera. Perchè non c’è ponte senza di te, non c’è libertà e queste mani che non ti sfiorano a nulla servono e queste labbra, serrate, inutili poichè non possono intimarti di tornare.

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C’è sempre qualcuno che ama di più e qualcun altro meno, o che non sa. Sarebbe bello, dire, come gli amanti del Pont-Neuf, una poesiola che è piccola e recita piano: “Qualcuno vi ama, se amate qualcuno domani gli direte «il cielo è bianco oggi» se sono io risponderò «ma le nuvole sono nere», così sapremo che ci si ama“. Sarebbe bello bastasse questo a sapere che ci si ama. E invece serve tornare, su un ponte ripulito dalla disperazione, un ponte nuovo davvero, a mezzanotte del giorno di Natale. E vedere, coi nuovi occhi, quanto ci si è amati. Forse abbastanza da uccidersi o lasciarsi morire, forse abbastanza da gettarsi nella Senna, così, tutti vestiti e di nuovo malati, stropicciati, obbligati, incatenati, indecenti, disperati, ma insieme. Insieme.

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Le persone che si sognano di notte bisognerebbe chiamarle la mattina, la vita sarebbe più facile.