La nuova vita di Leonard Dover

Il 12 gennaio del 2012, in tarda mattinata, Leonard Dover scoprì di essere molto malato e di avere ancora pochissime pagine da scrivere nel libro della sua vita. Ma poiché era da sempre un uomo estremamente pratico, si concentrò su quello che poteva recuperare, invece di dannarsi lʼanima per ciò che avrebbe perso.

Lungo il tragitto verso il suo monolocale, perso nella fiumana di impiegati in pausa pranzo, Leonard pensò con sollievo che si sarebbe spento con la rinascita della natura e questo lo rincuorò sinceramente, perché anche se gli ultimi anni avevano rimesso in discussione tutti i luoghi comuni sul tempo, lui non aveva dubbi: intorno alla metà di aprile, la città sarebbe stata meravigliosa!

Quasi si fosse sbarazzato di un grande fardello, ragionò sulla leggerezza con cui si sarebbe dimenticato di un intero trimestre di scontrini e fatture da registrare e, contrariamente alle sue abitudini, ne sorrise beato.

Camminava nellʼesplosione di un gennaio mite e senza carattere, i passi leggermente strascicati e il solito sguardo svagato incrociavano strade capaci di liberare improvvise correnti dʼaria e profumi di pane e spezie. Fu proprio nel pieno di una di queste espressioni di umanità, ad un passo dallʼangolo che lo immetteva nel suo quartiere, che decise di ridurre in coriandoli tutto quanto fosse accessorio a quella sua nuova esistenza ad orologeria.

Nonostante fosse deciso ad impegnarsi con dedizione nella stesura dellʼultimo capitolo del suo libro, a Leonard non sfuggì di essere un semplice bibliotecario prossimo alla pensione, con unʼeredità esigua che constava di una buona cultura letteraria, di un pesce rosso chiamato Borges e di una donna delle pulizie che gli rigovernava il timido perimetro domestico ogni venerdì, dalle 10 alle 12.30. Era chiaro che non si sarebbe potuto permettere nessun colpo di testa e tantomeno un viaggio da favola e così, la rivoluzione iniziò da subito, silenziosa e tenace, lungo i quattro angoli del suo modesto paradiso personale.

Rientrato in casa, dopo la primissima e impellente necessità di svuotare la vescica da cinquantenne, decise di togliere tutti i segnalibro ai volumi che campeggiavano nel suo appartamento, si cambiò la camicia macchiata dʼattesa e prese la strada del lavoro.

Chiunque non avesse mai frequentato la biblioteca o speso una qualche parola con Leonard Dover, avrebbe pensato che fosse un uomo dalla vita insulsa. Nessuna moglie amorevole che gli sistemasse i calzini, nessun figlio o nipote che continuasse eroicamente la stirpe, nessuna casa ottenuta con il coraggio dei mutui ventennali e nemmeno un lavoro che lo avesse reso importante e, quanto meno, utile.

Che cosa aveva fatto Leonard Dover fino a quel mite 12 gennaio 2012? Aveva letto infinite mensole di libri. Mensole tarlate, scricchiolanti, di prezioso ciliegio o di compensato seriale. Aveva letto tutti i libri del mondo e appuntato le frasi più belle della letteratura su insignificanti taccuini a righe. Si era comportato bene con il prossimo, più per indole che per volontà, e aveva regalato il dono dellʼascolto a chiunque gli si fosse fatto vicino. Inoltre aveva instillato in tante menti sconosciute la passione per quei piccoli stupori da comodino che non abbandonano mai, capaci di regalare un punto di vista saggio per le grandi felicità e per gli immensi crucci dellʼesistenza.

Nella piccola sala scrostata in cui sistemava incessantemente i volumi sugli scaffali e le schede di ricerca nei raccoglitori, Leonard Dover sembrava a tutti – dallo studente svogliato alla casalinga in cerca di ricette – un eroe inattaccabile e rassicurante.

E, ripensandoci, fu forse per il suo allenamento al colpo di scena, al fatalismo del settimo capitolo o allo straziante e maledetto destino di infinite schiere di personaggi immaginari, che in quel giorno di gennaio, sulla strada di casa, Leonard Dover accettò senza cedimenti il repentino svolgimento della sua trama.

Appena arrivato alla sua postazione, lasciata libera la collega del mattino, sistemò la tazza di caffè di fianco al monitor del computer e decise di prendere spunto da certe manie della vita precedente, dedicando un veloce sguardo ai lettori del pomeriggio e ai volumi da riordinare. Poi azzardò un primo sorso rumoroso della sua bevanda calda e si rese conto che il sole non accennava a diminuire.

Fu proprio nel preciso punto in cui le persiane incrociavano il cielo che entrò, trafelato e bellissimo, il primo personaggio del suo nuovo e ultimo capitolo. Era una ventenne dai capelli infiniti, con due guance imporporate dalla stagione.

– Buongiorno signor Dover, mi chiedevo se lei potesse consigliarmi una storia che mi tenga compagnia nei prossimi giorni. Ecco, questa volta ci vorrebbe qualcosa che mi ricordasse che la vita è proprio meravigliosa… No, non mi guardi così… a noi ventenni ogni tanto capita di aver bisogno di conferme per cose molto ovvie!

– La ritengo una questione senza età, cara Signorina Bradley. Tuttavia credo che si sia recata nel posto giusto: non trova che finire la propria storia su pagine di carta e continuarla nella fantasia e nel ricordo di chi legge sia una tra le nostre più rincuoranti certezze?

La ventenne si avvicinò al bancone e, appoggiata maldestramente la borsa, annuì con convinzione, spettinando la chioma che le copriva le spalle.

– Sono certo di sapere quale libro faccia per lei! Mi dia qualche minuto. Intanto, se vuole del caffè, si serva pure…

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Parole di Camilla Ronzullo – Zelda was a Writer

Illustrazione di Elena Xausa.