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Ho sempre trovato inappropriato quando qualcuno muore, stenderne un “ricordo”. Come se quello fosse l’unico momento in cui scavare nei labirinti della nostra memoria alla ricerca di un indizio, una traccia che ci riconduca a lui. E’ vero invece che a cercare l’altro ci si produce per tutta la vita e la rimembranza è un atto al quale assistiamo passivi, mentre ci investe con tutta la sua prepotenza. A volte basta un profumo, una musica, una lettura e non importa se in quel momento la persona è viva o morta, perchè morto è solo chi è stato dimenticato.

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E si ricorda a ondate. Come un’ onda improvvisa che s’infrange sugli scogli della mente, o una carezza delicata di spuma. E non è detto affatto che ciò avvenga il giorno dopo la famosa dipartita, magari uno cammina tutto assorto per i fatti suoi e un paio di baffi e un cappello e un suono di risata compongono a un tratto un volto, così, come fosse un’allucinazione.

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E per questo gioco intimo e distorto della percezione, che naviga in alto mare per libere associazioni, Gabriel Garcìa Màrquez per me avrà sempre il suono di un vecchio tamburo, e battere leggero d’ali di colombe su un tramonto di sangue, in un paesaggio di terra bruciata e spade. Vesti bianche indosso alle vergini per il matrimonio, campane a lutto per i lavoratori massacrati in rivolta, foreste di fiori e una linea sottile che divide i vivi dai morti, come due terre distinte da un rivolo d’acqua sottile, che a tratti si salutano da un capo all’altro della riva e paiono dire: “Son morto, sì, ma non per sempre, sono morto sì, ma non tutto il tempo“.

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E insieme a questa consolazione magica di una riunione altrimenti impossibile, ecco affiorare, come un sottotesto, il demone dell’amore che dissolve e consuma, concedendo poco e  niente al proprio eroe, forse solo la promessa di un bacio, e cinquant’anni per non renderla vana. Mannaggia a te Gabriel che ci hai fatto credere agli amori infiniti, alla redenzione sul letto di morte, al Paradiso che somiglia a un abbraccio troppo terreno tra due mondi ugualmente perduti.

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E ti ricordo a ondate. Oltre le colombe e la terra bruciata, oltre ai tuoi libri con pagine intere sottolineate di rosso e di blu, oltre Macondo e Josè Arcadio Buendìa e Ursula e Florentino e Fermina che ti guardano al di qua di quel rivolo sottile e sembrano sussurrarti e noi con loro: “Sei morto sì, ma non per sempre, morto sì, ma non tutto il tempo“.

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Tanto l’hai scritto tu stesso che non si muore quando si deve, si muore quando si può.