Friendly Fires.

Avete presente quando entrate nella macchina di un amico, quell’amico a cui volete tanto bene e che ha tante belle qualità ma in quanto a gusti musicali proprio non ci siamo? Sperate con tutto il cuore di arrivare presto a destinazione perché le note provenienti dall’autoradio vi causano scompensi psicofisici. Rimanete tutto il viaggio con l’espressione disgustata, il mento arricciato e gli angoli della bocca verso il basso. Ho pensato proprio a questi episodi quando ho ascoltato per la prima volta Pala, il nuovo album dei Friendly Fires. Ho pensato di essere una prevenuta del cavolo, perché se avessi sentito una canzone di Pala nella macchina di un amico, si sarebbe beccata lo stesso trattamento e non di certo ascolti ripetuti, con dopotutto una certa serietà da parte mia. Con quel che di sudamericano e tropicale, ci sta che sia io quella che non capisce niente, che magari anche in quei supertormentoni latini, un qualcosa di buono e trascendentale c’è ed io non ci sono mai arrivata. Ulteriore riflessione sulla band è che ascoltare i due dischi in una stagione che non sia l’estate è un crimine, un controsenso, come la spiaggia a novembre, bella, ma con qualche limite ovvio. Immergersi in quelle atmosfere calde, tamburellanti, che fanno venir sete di cocahavana, di parole in spagnolo pronunciate completamente a caso dopo suddetti cocahavana, è una cosa che trovo improbabile nel bel mezzo dell’inverno.

Parlando in modo chiaro, i Friendly Fires sono una band assolutamente inutile, però carina, che mescola samba e ritmi tribali all’elettronica. Ancora. Pochi si ricorderanno di loro tra una generazione, ma ne sarà valsa la pena almeno per una cosa: il modo di ballare di Ed MacFarlane. Che dire delle movenze di questo giovane uomo, scoordinate, goffe, al limite del ridicolo, ma prodigiosamente sorprendenti.