Alle 17, ora di Greenwich, le donne britanniche si ritrovano a Londra in Parliament Square per la Free periods protest, una protesta pacifica non solo femminile, ma aperta a tutti coloro che voglio sensibilizzare il Governo inglese sul tema della Period Poverty.

Period Poverty significa non avere la possibilità acquistare il necessario per affrontare il proprio ciclo mestruale, assorbenti e prodotti per l’igiene, e per questo saltare anche la scuola, sopperire alle mancanze con strumenti di fortuna che non fanno che aumentare lo stigma intorno al ciclo mestruale.

La Free periods protest propone di garantire gratuitamente a queste ragazze, ben oltre la soglia della povertà, i prodotti igienici e tutto l’occorrente per continuare a vivere la loro vita anche durante il ciclo. Quello che può sembrare un lato frivolo della lotta alla povertà diventa tema centrale delle proteste femminili e dell’invito a parlare, a testa alta, anche di assorbenti. Assorbenti che sono, stando ai fatti, un bene di lusso. La oramai famosa Pink Tax è una tassa esplicita sull’essere donna, un accento rosa sull’espressione disparità di genere, e si ripercuote su tutti i beni di consumo, dall’abbigliamento a quelli di prima necessità come gli assorbenti, per l’appunto, per i quali prende il nome di Tampon Tax. Secondo un recente articolo dell’edizione UK dell’Huffington Post le donne britanniche spendo 18.000£ circa per il ciclo mestruale nell’arco della loro vita. E chi non può permettersi questa spesa che fa? Affronta il ciclo mestruale con calzini e fazzoletti di carta?

free periods protest 2017

Il significato reale di questa manifestazione

L’inglesissima Free periods protest si inserisce in questa ondata di orgoglio femminile e femminista che ha investito il 2017 (iniziato con la Women’s March di Washington) e porta con sé personalità di ogni tipo: dalle donne della politica inglese alle influencer made in YouTube che parleranno durante l’iniziativa.

L’obiettivo primario della protesta è quello di sensibilizzare il governo e l’opinione pubblica sul tema per dare pari opportunità a tutte le ragazze. Si deve la nascita del movimento alla diciottenne Amika George, una studentessa londinese che ha scelto di lottare in prima linea dopo aver letto uno studio dei media inglesi sull’abitudine sempre più frequente, da parte delle ragazze, di assentarsi da scuola per non affrontare la vergogna del ciclo mestruale senza i giusti prodotti. Elemento emerso anche in questa scena di I, Daniel Blake di Ken Loach citata dalla stessa Amika nel suo intervento sul Guardian. La vergogna tremenda di aver rubato prodotti necessari che altrimenti non ci si può permettere.

Questa è una battaglia di civiltà che non riguarda solo le ragazze inglesi, ma che abbraccia una intera generazione di bambine e giovani donne, dal Kenya alla Cambogia passando per la modernissima Europa. Questa è una battaglia di consapevolezza: il ciclo mestruale è un fenomeno naturale che non deve limitare una ragazza nella sua crescita come individuo. L’accesso a tutto l’occorrente per affrontare il proprio ciclo mestruale è un diritto fondamentale.

Menstrual care is, undoubtedly, a human right.

(Amika George sul Guardian)

Su cosa val la pena riflettere

Mentre ci chiediamo se il governo inglese farà caso o meno, nel caos post Brexit, ad una battaglia così importante, possiamo fare tesoro di queste prese di posizione e riflettere su due aspetti importanti. Il primo, quello già emerso della normalizzazione del ciclo mestruale. Non è ammissibile che una ragazza provi ancora vergogna e debba nascondere il ciclo mestruale. È la vita, è la nostra normalità, non fa schifo, come molti (uomini e donne) continuano a sostenere e se ne può parlare liberamente.

La seconda cosa di cui tenere conto nasce da una mia riflessione personale.

Ma quando sono diventate tutte attiviste?

Me lo sono chiesto vedendo l’ennesima beauty blogger inglese plurisponsorizzata nella lista degli interventi della manifestazione. E mi sono chiesta, allora, cosa è che ci rende attiviste? Servono studi approfonditi della letteratura femminista o basta semplicemente prendere posizione? C’è un kit per diventarlo o dobbiamo avere paura di dichiararlo al mondo? E ho scoperto che la risposta ha molte sfaccettature, ma è altrettanto semplice:

tutte siamo attiviste, l’essenziale da fare è parlare, confrontarsi, condividere, comprendere le ragioni di un movimento, una protesta e sposare la causa che ci è più vicina per interessi e umanità.

E a questo proposito date una occhiata a Are you an activist, una serie di interviste per definire insieme cosa vuol dire attivismo al femminile.

Quello che so per certo, ora, è che non è giusto decidere chi può essere attivista e chi no.

Scusa Tanya Burr.

E In Italia?

Mentre in Inghilterra la catena di supermercati Tesco da agosto 2017 taglia il costo dei prodotti sanitari femminile al 5%, in Italia tutto ancora tace. Il problema esiste, quello dell’IVA sugli assorbenti che li classifica come beni di lusso, c’è persino una vecchia proposta di Civati per abbassare l’IVA al 4% rimasta un po’ al palo. E questo nonostante nel 2016 l’allora Primo Ministro britannico David Cameron abbia convinto l’Europa della necessità di lasciare liberi i singoli paesi di decidere la tassazione sugli assorbenti, la cosiddetta Tampon tax.

Non è che, forse, è arrivato il tempo di fare attivismo anche su questo fronte?

Free Periods protest | Instagram

Per approfondire

The shame of period poverty is keeping British girls out of school. Let’s break the silence

Period Poverty : Breaking The Silence | Amika George | TEDxCoventGardenWomen