È uscito un articolo, ieri, che spiega meglio che cos’è Freeda. Per quei pochi che non lo sapessero, Freeda è una sorta di magazine online che si propone di diffondere, diciamo così, i temi cari alle donne “millennials”. Tra questi, il femminismo.

Freeda e nata pochi mesi fa e ha quasi 900mila fan su Facebook e 163 su Instagram.

Chi di solito smanetta con le pagine social di webzine (e non solo) sa bene cosa voglia dire un bacino del genere: impossibile da raggiungere con armi proprie. Servono un botto di sponsorizzazioni (leggi: soldi). Non solo, servono contenuti “facili” con un’alta percentuale di possibilità di “engagement”, che diventino virali e arrivino non soltanto a quelli già in target, ma anche alle periferie dell’impero. Di questi tempi, video. E noi (intendo, noi di Cosebelle magazine) lo sappiamo cosa voglia dire preparare video: un sacco di sbattimento (tempo, idee, denaro). Sin da subito Freeda ha mostrato di avere tutte e tre queste cose. Non solo, Freeda ha iniziato in maniera strana: dove tutti di solito partono da un sito web, qui di sito web nemmeno l’ombra. Quei (non tantissimi) contenuti scritti sono degli instant article di Facebook, senza un’ipotetica home dove poter eventualmente soddisfare la propria voglia di “ne voglio ancora”. Insomma: video, foto, illustrazioni, qualche contenuto testuale e tante, tantissime sponsorizzazioni.
In breve tempo mi sono ritrovata il feed con video di Freeda condivisi anche dalla mia ex compagna di banco che non voglio dire non sappia manco chi fosse Frida Kahlo, ma, ecco, un po’ sì.
Insomma, ieri in un articolo si spiega che Freeda altro non è che un progetto dove il marketing c’entra parecchio, con l’obiettivo di creare (anche) una fanbase particolarmente coerente a ipotetici brand (o player, come vengono definiti) che hanno l’intenzione di investire in questo bacino, in Italia particolarmente sguarnito e disordinato. Non solo, l’obiettivo dei titolari della società che ci starebbe alle spalle (c’entrano Berlusconi e gli Agnelli, con molta soddisfazione degli amanti dei poteri forti) è quella di ampliare il progetto in altri paesi mediterranei, particolarmente complessi da raggiungere da parte di brand americani (io sospetterei c’entri anche la condizione economica di una Grecia, ad esempio, se il bra Nike per il running non funziona, ma chi sono io per dirlo).

Quindi Freeda sarebbe colpevole di sfruttare gli ideali femministi, tanto in voga in questo momento, per farci vendere da Mac gli ombretti gialli o i calzettoni di spugna da Adidas.

Per questo punta a un femminismo edulcorato e meno “combattente”, raccontandoci di Beyoncé che canta un discorso di Chimamanda piuttosto del numero di femminicidi in Italia.
Gli ideali sono una cosa un po’ complessa, e spruzzarci sopra la porporina è sempre stata un’operazione da compagni che sbagliano. Lo so perché con delle amiche ci scambiamo degli screenshot di illustrazioni di Freeda inneggianti alla costruzione del proprio impero aggiungendo emoji desolate. Le stesse emoji con cui commentiamo i disegnini dove una mano femminile stringe una zampa di un gatto il cui sottotitolo è “la mia relazione tipo”. Non vi nascondo che non sto costruendo nessun impero e che la mia relazione tipo non è con un sicuramente amabile gatto, ma con un essere umano. Il motivo di questa sorta di fastidio dalemiano è forse anche da ricercare nel fatto che in prima battuta Freeda dichiarava di non voler parlare troppo di smalti e poco dopo un video ci  avrebbe spiegato come stendere al meglio l’ombretto giallo (ma chi se lo mette poi questo dannato ombretto giallo?).

freeda gatto

Perché è un problema se la mia ex compagna di banco che non conosce Frida Kahlo condivide un post femminista?

Perché non lo condivide come “sarebbe giusto”. Poco approfondimento, poco sforzo critico. Insomma, un po’ lo condivide come un video di gattini qualunque (Freeda a breve farà un video di gattini femministi, me lo sento). In testa ci compare un led con su scritto: “Ma te che ne sai? Questa è roba nostra“.

Perché monetizzare (anche) sul femminismo è una cosa così indigesta? D’altronde si monetizza tutto: un santino di Padre Pio si compra così come si compra a caro prezzo il cibo biologico o il detersivo senza tensioattivi.
Perché non riusciamo a fare pace con questo?
Gli ideali sono una cosa complessa. Andatelo a dire a Oliviero Toscani che nel 1973 si inventò il “chi mi ama mi segua” o a Replay che nei primi anni ’00 mise in commercio una t-shirt con Che Guevara.
Anche io fatico a trovare in un’ostentata frivolezza unicamente un vantaggio, in special modo se l’obiettivo è targetizzare un pubblico poi utile a vendere qualcosa. Ma è davvero così?
Io non tengo per mano il mio gatto e non sarei nemmeno in grado di fingere che sia una cosa di cui andare fiere durante una riunione di redazione. Ma sono certa che anche questo sia un mezzo utile, per non dire fondamentale, per parlare di femminismo e diritti. Anche a me fanno ridere (e ci vedo dello svilimento nel messaggio) Chiara Ferragni con la t-shirt “Feminist” e le t-shirt Dior da 250 euro con su scritto il titolo del discorso più celebre di Chimamanda Ngozi Adichie. Non riesco a digerire del tutto l’ideale con su la porporina. Dopotutto, Cosebelle magazine parla di femminismo in un modo diverso e sono felice che sia così. Ma chi legge Cosebelle? Sicuramente meno di quelli che sono incappati negli innumerevoli post sponsorizzati da Freeda.

Cosa vorrei? Che le persone che mi circondano non se ne uscissero con frasi del tipo ”se l’è cercata” in occasione di uno stupro, ad esempio.

Come può essere possibile? Facendo in modo che una fetta sempre più grande della società introietti il femminismo non come un concetto per donne coi baffi ma per tutti, anche per gli uomini e per chi non ha voglia di bruciare reggiseni in piazza e leggere Simone de Beauvoir. Lo avevo scritto già quando abbiamo lanciato il nuovo Cosebelle: il femminismo è una questione di uguaglianza, non è una stelletta da meritare. E l’uguaglianza credo passi anche attraverso una “poppizzazione” di questo concetto. Lasciare soltanto a chi possiede l’etica degli ideali la possibilità di divulgare questi ultimi fa sì che rimangano un dato assodato solo per chi si merita la stelletta, per chi fa parte di questa cerchia, sempre troppo piena di custodi e di barriere all’entrata; oltre che sempre oggetto di sorpassi in purezza da chi può vantare un’etica ancor più forte.
Il femminismo non ha bisogno di questo. C’è posto per tutti. E per arrivare alle quindicenni, ai quindicenni, forse, ha bisogno dei video di Freeda dove una volta si parla di dove vanno a finire i calzini in lavatrice e in quello dopo delle 5 frasi sessiste che sentiamo ma che non vorremmo sentire più. Quei video non parlano a me, ma forse rendono più scontato un messaggio che per molti miei coetanei risulta ancora stonato.

Certo, magari alcune cose le farei diverse, ma rimango convinta che in un Paese come il nostro, rigido, immobile, troppo spesso impolverato, Freeda sia un’interessante novità, anche come case history a livello business. Ci lamentiamo che i magazine e i giornali non li legge più nessuno, che campare scrivendo sia impossibile. Forse ora in Italia ideare una mediazione tra un purismo che convince pochi e un canale come Freeda sarà più semplice (noi amiamo l’americano Refinery29 ad esempio, che Freeda di certo ha imitato ma che rimane di certo più “profondo”), anche grazie a quest’ultimo. Tanto il bra di Nike lo avremmo comprato lo stesso.