Fratelli_Cosebelle_01

Carmelo Samonà è stato un ispanista, un docente e uno scrittore italiano. Morto nel 1990, apparteneva a quell’aristocrazia siciliana antica, il cui rispetto per le parole sfiorava quasi il culto.

Non avrebbe dunque potuto scrivere un romanzo diverso da Fratelli – pubblicato da Einaudi – dove la parola è tutto, sia nell’edificazione che nel contenuto. Con un linguaggio curatissimo ed allo stesso tempo asciutto, Samonà racconta tre storie in una: quella della parola e dello scollamento alla base del linguaggio tra significato e referente reale, quella di due fratelli, l’uno malato e l’altro sano e del loro ardimentoso rapporto, e quella dell’uomo, nella ricerca struggente e impossibile dell’Altro.

Indagando le lacune del linguaggio derivanti dai disturbi psichici del fratello malato, Samonà scivola in un ambiente delirante e claustrofobico, dove le parole sono intercambiabili e i significati provvisori, dove la negazione afferma e rovescia insieme e il senso è una nebbiolina leggera, una sabbia fine che scivola da ogni parte proprio nell’istante in cui ci sembra di afferrarne un granello. Il sano è costretto a prodursi nell’utilizzo di una logica che si rivela  inutile e metodologicamente imperfetta poichè si determina proprio da quelle premesse che la follia è abile a scardinare. Eppure il sano non può rinunciare a capire.

Dal vuoto di senso si articola un viaggio struggente, una passeggiata senza meta tra due solitudini che si rincorrono senza speranza d’incontrarsi se non per un istante fugace. La grande casa vuota è lo scenario di un susseguirsi di fughe e riavvicinamenti, la metafora di una ricerca fallimentare che sembra compiersi a tratti salvo rivelarsi irrimediabilmente illusoria. Lo sfasamento del significato pervade la realtà, a testimonianza di come il mondo è forse determinato dalle parole. Se l’uno cerca l’altro sparisce, se l’uno appare l’altro si nasconde o fugge, se l’uno racconta una storia l’altro la fa a pezzi o la trasforma nel tentativo di trascinarsi vicendevolmente nel territorio altrui.

L’Altro è come sempre il grande assente, l’eremita ermetico o il folle, e se ci è dinnanzi pare non voler ascoltare. L’unico territorio neutrale resta quello della fantasia, dove non c’è altro senso possibile che quello del “tutto è possibile”. Forse solo nei nostri sogni, nei nostri deliri, nelle nostre allucinazioni, è possibile una vera inclusione dell’Altro che per il resto rimane, alla stregua di un nemico incomprensibile, il Grande Straniero, costretto al di fuori di noi.

Cos’altro è la vita se non tendere l’orecchio ad una presenza, che sembra sostare placida nella stanza attigua alla nostra, bussare poi, convinta di trovarla ad aspettarci e scoprire sempre, tragicamente, che è troppo tardi. E’ appena andata via. L’eco dei suoi passi in lontananza, e continuare a cercare, a sperare.