Fortunata abita a Tor Pignattara, periferia profonda della Capitale, fa la parrucchiera (in nero), deve tirare su una ragazzina esuberante e si è appena separata da un marito violento, che non manca tuttavia di farle ancora cortese visita. Ha un sogno però, quello di aprire un salone di bellezza col suo amico Chicano, che certo è un maniaco depressivo, però le vuole bene.
La Fortunata di Sergio Castellitto e Margaret Mazzantini non sembra proprio essere nata sotto una buona stella, a dispetto del nome. A interpretarla è Jasmine Trinca, capelli decolorati, gambe lunghe e accento romano, molto distante dai ruoli borghesi e algidi in cui ce l’ha proposta solitamente il cinema, forte, incazzata, sanguigna, volgare.

Castellitto mostra sullo schermo un vetusto cliché che oggi, e dolorosamente aggiungo, si trasforma in un’aspra verità. I disperati da un lato e la società “civile” dall’altro, due mondi impenetrabili e chiusi, senza tramite alcuno se non uno sguardo distratto, sulla scia del desiderio. Scavalcare i confini della propria casta, fare il salto, andare di là. Smetterla di correre, vincere alla lotteria, innamorarsi di un uomo perbene, portare la propria figlia da uno psicologo, così, solo per farla stare bene. Lontano dai casermoni senza aria condizionata, dagli strozzini, dalla droga, dalla malattia e dalla violenza. Avere una vita qualunque, ma senza dover rinunciare alla dignità.

C’è un nome per tutto questo che così bene viene rappresentato sullo schermo. È ingiustizia sociale. La tragedia che sottende come un filo rosso per tutto il film, evocata dal racconto dell’Antigone, la fanciulla giusta e sfortunata, vittima della cecità dello Stato. Fortunata come Antigone perde ma è vera e compie il miracolo di attuare in terra “una strategia basata sull’amore”. La perdita reale è di quelli che stanno a guardarla e non la vedono, di chi ne sfrutta il corpo o l’anima, di chi la sfiora distratto, di chi la tradisce per poco.

Colpevoli siamo anche noi, che con un certo mondo non ci mischiamo, sfoggiando i nostri studi, pesando la dizione, al fresco refrigerato delle nostre case, tutti impegnati nella missione di allungare le distanze tra noi e loro, alieni in casa nostra.

Dolorosa è l’assenza del mondo che scaccia gli ultimi, portare il nome di chi nasce sotto una buona stella e perdere, perdere sempre, per troppo cuore o soltanto per sfortuna. Avere in tasca tutti i numeri giusti della lotteria e scordare di giocarli, o giocarli male.