Fuori piove, il cielo grigio, carico di rancore, scaglia su di noi la sua tristezza umida. Vorrei stare rintanata sul divano a crogiolarmi in una sana nullafacenza con tanto di manto copertoso ma il cestello rosso, trafugato in un fai da te, mi richiama all’ordine, autoritario. Devo liberarmi dai cadaveri dei gozzovigli e salvaguardare la mia immagine di donna integerrima agli occhi degli avventori della mia dimora.

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Illustrazione di ELENA XAUSA

Imprecando contro la raccolta differenziata sollevo il cestello e mi avvio verso l’uscita. Ma quanto abbiamo bevuto? Ci saranno almeno 20 bottiglie qui dentro! Perchè pesano così tanto? Maledico il vetro e tutta la sua insostenibile pesantezza e, umettata dalla pioggia, immagino quanto sarebbe più easy se il vino fosse venduto in anoressiche bottiglie di plastica. Potrei accartocciarle e stiparle in una pochette, palleggiando in direzione raccolta rifiuti. Il sogno dura poco, frantumato dalla consapevolezza che il vetro è il paladino del nettare degli dei e che senza di lui le mie papille andrebbero in ramadam di goduria.
Ben lungi dall’essere solo uno strumento di tortura nello smaltimento rifiuti dei pigri, le bottiglie svolgono funzioni cruciali per la conservazione, l’affinamento e il trasporto del vino. Il vetro, come una mamma, protegge il liquido senza interferire con il suo sapore.

Bottiglie alternative, Etsy

Bottiglie alternative, Etsy

Tutto ha un ruolo, a partire dal colore che indica il diverso grado di barriera alla luce, nemica del vino. Le nuances classiche sono il marrone o il verde (la versione “foglia morta”, col suo nome poco appeling, svetta sulla palette) che riescono a schermare i raggi e sono da preferire per i vini rossi o i bianchi strutturati. In commercio si trovano anche bottiglie trasparenti, utilizzate principalmente per i prodotti più effimeri, da non dimenticare troppo a lungo in dispensa.
Anche la forma dice la sua. La base, se presenta una rientranza che la fa sembrare un mini vulcano o una dolce collinetta, ha il compito di raccogliere i sedimenti, specie nei rossi, di modo da evitare che se la viaggino nel liquido contaminandolo. Le spalle, se più pronunciate, come nella versione Bordolese, la classica bottiglia con corpo a cilindro e curve arrotondate, servono a trattenere eventuali residui ostacolandone il viaggio verso i nostri bicchieri. Per i vini bianchi, invece, che tendenzialmente non s’intrattengono con particelle intruse, si può optare per una spalla spioventa come quella delle bottiglie Alsaziane o Renane, elegantissime nella loro siloutte da red carpet (pensate ai Gewurztraminer o ai bianchi francesi o austriaci).
Il colletto prende il nome di “cercine” e se negli spumanti serve da ancora per la gabbietta (così da evitare che il tappo spinto dalla pressione decolli a razzo), per i vini fermi è un ricordo dell’appiglio che fu per chiudere le bottiglie con spago, cordini e ceralacca.
La mescolanza di questi elementi, unita alla fantasia delle vetrerie, da vita ad una serie pressoché infinta di forme che possono migliorare, valorizzare o semplicemente rendere esteticamente avvincente un vino. Alcuni modelli hanno avuto più successo di altri, spopolando. Oltre alle già citate Bordolese e Alsaziana pensiamo alla Borgognotta, burrosa nelle sue forme sinuose e adatta per i grandi rossi, alla Champagnotta, figlia del metodo Classico e degli spumanti, più pesante delle sue sorelle, per sopportare al meglio le pressioni dell’attività frenetica delle bollicine (e per sollecitare al massimo i miei pigri muscoli nello smaltimento), alla Champagne Cuvée, fianchi larghi e collo da cigno, e all’Albeisa, altezzosa e robusta, super griffata con nome in rilievo, utilizzata per identificare i grandi vini rossi delle Langhe.

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Anche la dimensione ha una sua funzione, al di là di agevolarci quando abbiamo la casa farcita di amici e scegliamo un Magnum o quando ci tocca guidare per portare a casa i greggi ebbri e ripieghiamo su un Demi dal 375ml o un Piccolo da miseri 187ml. Nel grande il vino ha, proporzionalmente, meno contatto con l’ossigeno e quindi può affinarsi meglio, nel piccolo il vantaggio è solo evitare sprechi.
Il parco degli oversize è regale ed è carico di storia. Nel battezzarle i primi produttori di Champagne che le hanno classificate (avevano veramente poco da fare per esercitare così alacremente la loro fantasia) si sono lasciati andare tuffandosi nel mondo delle sacre scritture. Date il benvenuto al noto Magnum, con il suo accessibile litro e mezzo, stupitevi con il Jeroboam, 3 litri di regalità Israeliana (il nome deriva dal Re fondatore di Israele), promettetevi un incontro con un Rehobam per un evento speciale da innaffiare con 4,5 litri, riempitevi la bocca e il desio con un Mathusalem, uomo più longevo nell’antico Testamento e comodo contenitore per 6 litri. Fate una pausa e preparate l’immaginazione per il parco pesi massimi, dando voce narrante al ragionier Fantozzi, nel suo tipico crescendo di stupore da poltrona in pelle umana del Mega direttore Galattico: Salmanazar (9L), Balthazar (12L), Nabuchodonosor (15 litri di spocchia nel caso doveste mai ordinarlo), Melchior (18L), Solomon (20L), Goloath (27L) ed infine Melchizédec, l’impensabile, con i suoi 30 litri (lo chiamerei anche “Stami” se avessi la fortuna di frequentarlo).
Il pensiero di questi giganti mi ha stimolato la papilla e mi ha fatto rivalutare il mio misero peso di bottiglie vuote, non ho nessun Re nel cestello, ho poco da lamentarmi, pensateci al prossimo smaltimento vetri. Cheers!

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